Negli anni, studenti e ragazzi sono stati invitati ad ascoltare lezioni di etica pubblica da parte di associazioni antimafia, amministratori e 'testimoni della legalità'. Il messaggio era semplice, quasi elementare: l’illegalità comincia dalle piccole cose. Dal non rispettare le regole, dal non indossare il casco sul motorino. Un paragone ripetuto con convinzione, come se il confine tra civiltà e barbarie passasse da una visiera allacciata.
Un messaggio che già allora lasciava perplessi. Non perché il casco non sia fondamentale – lo è, per la sicurezza e per la legge – ma perché quell’equazione appariva riduttiva, quasi offensiva per l’intelligenza di chi ascoltava. Davvero l’illegalità si esaurisce lì? Davvero il problema etico di una comunità può essere condensato in una multa stradale?
Oggi, alla luce degli eventi che hanno investito Modena negli ultimi mesi, quella narrazione appare non solo ingenua, ma ipocrita.
I due scandali che hanno coinvolto Amo e Fondazione di Modena legati alla gestione di risorse pubbliche – con un ammanco che insieme supera i due milioni di euro – hanno aperto una ferita profonda. Non tanto e non solo per le responsabilità penali, che competono alla magistratura e per le quali sono già stati individuati soggetti precisi, ma per ciò che raccontano sul sistema di controllo, sulla vigilanza, sulla leggerezza con cui denaro pubblico è stato amministrato nel silenzio generale.
Ed è qui che il silenzio diventa assordante.
Perché tra i consigli di amministrazione presenti e passati, gli organi di controllo, le fondazioni e le società partecipate, compaiono diversi degli stessi nomi, degli stessi ambienti, degli stessi volti che per anni hanno predicato legalità, rigore, rispetto delle regole. Gli stessi che - appunto - spiegavano ai ragazzi che senza casco si imbocca la strada dell’illegalità. Gli stessi che oggi non trovano una parola, una presa di distanza, una riflessione pubblica.
Se non indossare il casco è illegalità, come definire allora un ammanco milionario che nessuno ha visto per diversi anni ? Come chiamare una gestione delle risorse pubbliche tanto disattenta da accorgersi del problema solo a posteriori, quando il danno è fatto?
Non si tratta di processi sommari né di forzare responsabilità penali che (forse) non esistono. Si tratta di responsabilità morale e politica. Di opportunità. Di coerenza.
E invece nulla. Nessuna voce. Nessuna autocritica. Nessun dubbio espresso pubblicamente.
Resta allora una domanda inevitabile: la legalità, a Modena, è un valore universale o uno strumento a geometria variabile? Si applica sempre o solo quando conviene? Vale per tutti o solo per alcuni? Dipende forse dal colore politico, dal ruolo ricoperto, dalle relazioni personali?
Il silenzio che ha avvolto queste vicende come una cappa è la risposta più inquietante. Un silenzio tanto più grave perché proviene da chi, a ogni appuntamento pubblico, a ogni evento, a ogni ricorrenza, ama presentarsi come custode dei valori, come sentinella della legalità.
Predicare è facile. Praticare molto meno. E Modena, oggi, sembra aver dimenticato la differenza.
Cinzia Franchini
Foto: Fabrizio Annovi

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