“Poliziotto, vai a lavare in casa”. “Uomo frignone, servo del padrone”.
Questo sarebbe il femminismo del 2026?
Se lo è, non è il mio. Non mi rappresenta e non voglio essere associata, semplicemente in quanto donna, a una concezione della battaglia femminile ridotta all’insulto contro gli uomini, contro i poliziotti o contro chi osa affrontare un argomento non preventivamente approvato. La cosa più inquietante, però, è ciò che era accaduto prima. Per giorni intorno a questo convegno si era costruito un caso politico. Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti e l’assessore Alessandra Camporota ne avevano criticato duramente l’impostazione. Associazioni e realtà politiche e sindacali avevano espresso la propria contrarietà. C’è stato chi ha chiesto che non si svolgesse in una sala comunale.
E qui, per me, finisce la discussione sul merito e ne comincia una molto più importante.
Da quando la risposta a un’idea che consideriamo sbagliata è cercare di impedire che venga espressa? Se le tesi sostenute in quel convegno erano infondate, si poteva entrare, ascoltare e contestarle dati alla mano. Si poteva organizzare un altro incontro. Si potevano invitare esperti con posizioni opposte. Si potevano scrivere articoli, documenti, studi. Questo si chiama confronto.
Delegittimare invece un incontro prima ancora che si svolga e arrivare a interromperlo significa qualcosa di completamente diverso: ritenere che esistano argomenti dei quali gli altri non abbiano nemmeno il diritto di parlare. Ed è una deriva che trovo molto più preoccupante del titolo di qualsiasi convegno. Perché ieri nessuno ha cancellato una sola donna picchiata. Nessuno ha riportato in vita una donna uccisa. Nessuno ha sottratto un euro ai centri antiviolenza. Nessuno ha negato una delle realtà più terribili che abbiamo davanti agli occhi: le donne continuano a essere vittime di violenza maschile e troppo spesso quella violenza nasce proprio dentro una relazione affettiva, da un marito, un compagno o un ex.
È una tragedia.
Una cosa non cancella l’altra. È davvero necessario scriverlo nel 2026? Esistono uomini sottoposti a violenza fisica o psicologica da parte di donne. Esistono relazioni nelle quali l’aggressore è una donna. Esistono separazioni devastanti nelle quali i figli finiscono nel mezzo della guerra tra due adulti e possono diventare strumenti di pressione e di ricatto. Parlarne significa negare la violenza contro le donne? No. Significa parlare anche di questo.
La violenza non diventa accettabile quando cambia il sesso di chi la esercita. E una vittima non deve esibire il genere giusto per meritare ascolto. Mi pare un principio talmente elementare che trovo incredibile si debba persino discuterne. E invece ieri, per consentire che se ne discutesse, servivano poliziotti e Digos. Questo è il punto che dovrebbe interrogare una città. Non il fatto che venti o trenta persone protestino: manifestare è un diritto, anche quando gli slogan sono grotteschi. Il problema nasce quando la protesta pretende di trasformarsi in diritto di veto.
Io sono una donna e so perfettamente che le battaglie delle donne non sono finite. Proprio per questo mi irrita vederle ridotte a questa roba. Perché mentre si urla “uomo frignone, servo del padrone”, nel mondo reale esistono ancora disparità che meriterebbero ben altra energia. Guardiamo i luoghi nei quali si esercita davvero il potere. Le donne sono molto più presenti rispetto al passato, ma ai vertici della politica, dell’economia, delle grandi aziende e di molti centri decisionali restano spesso minoritarie.
oTroppe volte sono ancora uomini a decidere quali donne possano arrivare in alto. E non sempre la scelta avviene premiando le migliori. È su questo che voglio vedere combattere: sull’indipendenza economica delle donne e sulla possibilità di costruire una carriera senza dover scegliere tra lavoro e maternità. Sulla libertà di non dipendere economicamente da un uomo e sulla parità delle opportunità e sull’accesso reale ai luoghi dove si decide. E proprio in questi giorni il dibattito pubblico ci offre materiale sul quale, da donna, credo ci sarebbe parecchio da discutere. C’è chi torna a parlare orgogliosamente di “patriarcato mediterraneo”, sostenendo che non significhi oppressione ma dovere, fedeltà e sacrificio. E c’è il ministro degli Esteri Antonio Tajani che, parlando della donna che consiglierebbe al figlio, è riuscito a tirare in ballo persino il modo di vestire e la lunghezza della gonna, salvo poi scusarsi con chi si è sentito offeso.
Ecco, su questo sì che vorrei vedere la stessa furia.
Non perché Vannacci o Tajani non abbiano il diritto di dire ciò che pensano. Ce l’hanno. Esattamente come ce l’avevano ieri i relatori della Sala Pucci. Ma se vogliamo discutere dei modelli culturali che riguardano le donne, allora discutiamone davvero. Discutiamo dell’idea che la serietà o l’affidabilità di una donna possano essere anche soltanto evocate attraverso la lunghezza della sua gonna. Discutiamo di un modello che nel 2026 torna orgogliosamente a definirsi “patriarcato”. Discutiamo di quanto ancora il corpo, l’abbigliamento e le scelte delle donne continuino a diventare materia sulla quale altri si sentono autorizzati a stabilire ciò che è opportuno. Le battaglie ci sono, ma ieri il nemico sembrava essere un convegno nel quale si osava dire che anche un uomo può essere vittima di una donna. È questa sproporzione che trovo desolante.
E poi c’è una questione ancora più scomoda.
Qualche settimana fa, in un consultorio modenese, mi è capitato di assistere a una scena che mi è rimasta impressa. Nella sala d’attesa di ginecologia c’era una donna completamente coperta, seduta accanto a un uomo. Era lui a tenere sulle ginocchia la cartellina con la documentazione sanitaria, mentre lei sedeva al suo fianco. Non so se fosse il marito, un parente o un accompagnatore e, naturalmente, non posso sapere se quella donna avesse scelto liberamente di essere accompagnata. Posso raccontare soltanto ciò che ho visto e la sensazione, volutamente provocatoria, che ho avuto in quel momento: sembrava quasi che la visita ginecologica dovesse farla lui. Poi però ho pensato a qualcosa di molto più serio. Quante donne che vivono nelle nostre città sono realmente libere? Libere di andare da sole da un medico, di scegliere come vestirsi, di studiare, di lavorare, di uscire senza essere accompagnate, di frequentare chi vogliono, di innamorarsi di chi vogliono, di non sposarsi, di scegliere chi sposare e, soprattutto, di lasciare un marito? Da quella scena non posso sapere nulla della libertà di quella specifica donna e non intendo attribuirle una condizione che non conosco. Ma sarebbe altrettanto ipocrita fingere che il problema generale non esista. Esistono culture, tradizioni e interpretazioni religiose nelle quali alla donna viene ancora assegnato un ruolo subordinato all’uomo. Esistono matrimoni forzati, controllo familiare, imposizioni e limitazioni della libertà personale. E tutto questo esiste anche nelle nostre città. Ecco una battaglia sulla quale vorrei vedere la stessa indignazione, la stessa mobilitazione e la stessa determinazione viste a Modena contro un convegno. Perché i diritti delle donne, se sono davvero universali, devono valere per tutte. Anche quando difenderli è culturalmente e politicamente molto più scomodo che urlare uno slogan davanti alla Sala Pucci.
Ecco, lì vorrei vedere la stessa rabbia e la stessa determinazione mostrata per un convegno.
Un femminismo capace di dire che i diritti delle donne sono universali e non cambiano a seconda della cultura, della provenienza o della religione della famiglia nella quale una donna è nata e che difenda una ragazza costretta a un matrimonio con la stessa forza con cui difende una donna perseguitata dall’ex. Un femminismo che non consideri una cultura intoccabile quando quella cultura comprime la libertà di una donna.
Soprattutto, un femminismo sufficientemente forte da non avere paura di un uomo che racconta di avere subito violenza da una donna. Perché ascoltarlo non tradisce nessuna donna.
Non ridimensiona un femminicidio. Non assolve un uomo violento. Non cancella secoli di discriminazioni.
Ascoltare una vittima significa semplicemente ascoltare una vittima. Ieri invece ho visto una parte del femminismo modenese apparire talmente prigioniera della propria ideologia da considerare quasi un affronto l’esistenza stessa di un punto di vista diverso. La libertà che rivendico per me non può finire nel momento in cui comincia quella di un uomo. E i diritti che pretendo per una donna non possono trasformarsi nella negazione dei diritti di qualcun altro. Abbiamo combattuto per decenni perché nessuno decidesse al posto delle donne cosa potessero dire, pensare, studiare, fare della propria vita. Sarebbe un paradosso amarissimo se oggi, proprio in nome delle donne, qualcuno pretendesse di stabilire quali argomenti gli altri possano affrontare e quali debbano invece essere messi a tacere. Le donne hanno ancora battaglie enormi davanti. Ma facciamole contro chi limita davvero la nostra libertà, contro chi ci picchia, contro chi ci discrimina, contro chi ci considera inferiori, contro chi pretende di controllare la nostra vita. Non contro un convegno.
E soprattutto, non in mio nome.
Cinzia Franchini

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