Il no dei sei chirurghi guidati da Di Benedetto ha dunque aperto una battaglia che sembrava già vinta da Altini, forte di sindaci di provincia arrendevoli, a partire da Riccardo Righi a Carpi e Matteo Mesini a Sassuolo, e di una assenza della politica sia di maggioranza che di opposizione, al di là di poche eccezioni in casa Forza Italia con Antonio Platis, tra i Civici con Maria Grazia Modena e lato Fdi con Ferdinando Pulitanò.
Mattia Altini per ora resta ovviamente saldamente in sella, ma il suo ruolo era ed è delicato. L'assessore regionale alla Sanità, Massimo Fabi, gli ha garantito il suo appoggio, ma allo stesso tempo è stato chiaro: Modena è un laboratorio di quella che potrebbe essere la sanità emiliana del prossimo futuro. Sostegno dunque ad Altini, ma fino a un certo punto: gli esperimenti per definizione sono rischiosi e, se Fabi dovesse capire che le cose non vanno, potrebbe tirare in fretta indietro la mano e mollare il suo scudiero al suo destino. La determina con la quale si è deciso di pagare di più i medici di base che prescrivono meno esami applicata da Altini a Modena - superate le polemiche iniziali - potrebbe ora diventare un paradigma per l'intera regione: stesso dicasi per i meccanismi di unificazione che si stanno realizzando ai piedi della Ghirlandina. Finchè le cose vanno bene, tutti amici, ma il tempo in Regione potrebbe cambiare repentinamente proprio nel bel mezzo della scalata costringendo il capofila a tagliare la corda per salvare se stesso.
Dall'altra parte a sostenere il vessillo della resistenza a questa deriva di tagli e apertura al privato tra le fila della maggioranza vi è Giancarlo Muzzarelli. Forse animato più da ragioni personali (la frustrazione per non essere stato promosso assessore regionale e la competizione con Massimo Mezzetti su tutte) che ideali, è comunque indubbio che Muzzarelli è l'unico in questo momento nel mondo Pd emiliano a provare a tenere la barra dritta rispetto ai tagli alla sanità.
Giuseppe Leonelli
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