Gentile Direttore,
ho letto con interesse il suo editoriale sul conformismo modenese e, in particolare, ho trovato molto efficace il richiamo a Il conformista di Giorgio Gaber.
Credo, infatti, che definire Modena una città conformista non significhi semplicemente descriverne l'orientamento politico, storicamente legato alla sinistra e al Pd. Il conformismo modenese è qualcosa di più profondo e, proprio per questo, a mio parere ha prodotto una città sostanzialmente conservatrice.
È un paradosso solo apparente: ci si può dichiarare progressisti e, nello stesso tempo, essere profondamente conservatori. Basta che il progressismo diventi un'identità consolidata, un'appartenenza, un modo condiviso di leggere la realtà. Quando un certo modo di pensare diventa quello “normale”, quello che non ha più bisogno di essere messo in discussione, finisce inevitabilmente per diventare conservazione.
Per citare proprio Gaber il conformista è colui che sa stare dalla parte giusta, quella che in quel momento gli garantisce di sentirsi dentro la maggioranza, dentro il senso comune, dentro ciò che è socialmente riconosciuto come corretto. Cambiano le parole e gli slogan, ma resta intatta la necessità di non uscire dal perimetro.
Nella Modena sazia e disperata per citare il cardinale Biffi, questo meccanismo mi sembra particolarmente evidente. Per decenni si è costruita una narrazione della città come luogo progressista, civile, efficiente, solidale, culturalmente avanzato.
Eppure proprio questa autorappresentazione ha finito per diventare una sorta di alibi: se siamo “dalla parte giusta” per definizione, non c'è più bisogno di interrogarsi davvero su ciò che non funziona, sui rapporti di potere, sulle rendite di posizione, sulle responsabilità di una classe dirigente che si è progressivamente trasformata in sistema.Il conformismo, allora, non consiste nel votare sempre allo stesso modo. Consiste nel considerare naturale che certe persone, certe relazioni, certi ambienti e certe idee occupino stabilmente il centro della scena. Consiste nel riconoscere come legittimo ciò che appartiene al proprio mondo e nel guardare con sospetto ciò che ne resta fuori. Accontentandosi di rendite eterne, cene eleganti e auto da sfoggiare come prova di una benedizione di un Dio più banchiere che protestante.
Ma così si perdono gli anticorpi e la capacità di autocritica: a Modena va sempre tutto bene e si digerisce ogni cosa, perchè lo specchio in cui ci si riflette restituisce comunque e a prescindere una immagine consolatoria e autoassolvente.
Ed è anche per questo che trovo interessante il riferimento del suo editoriale alla possibilità che, per una parte dell'elettorato, possa risultare più conveniente la “naiveté” di Mezzetti rispetto alla palude del Pd.
Il conformista non è necessariamente colui che difende il passato, ma è colui che si adegua perfettamente al presente. Per questo può apparire moderno, progressista, persino anticonformista, mentre contribuisce tranquillamente a conservare tutto ciò che conta. Un gattopardismo che non ha neppure bisogno di essere esplicitato, ma che segue l'eterna corrente dell'autocompiacimento.
Cordiali saluti
Luca F.



