Caro direttore,
ho letto con interesse, e con crescente stupore, il suo editoriale “Nella Modena conformista potrebbe diventare più conveniente scegliere la naïveté di Mezzetti rispetto alla palude PD”. E confesso che, arrivata alla fine, mi sono chiesta se non ci sia qualcosa di profondamente modenese anche nel modo in cui lei immagina il cambiamento.
Perché la domanda, a mio avviso, è molto semplice: com'è possibile che l'alternativa a un partito che governa Modena da circa ottant'anni debba necessariamente essere cercata dentro quello stesso partito?
È un po' come proporre, per uscire da una palude, di scegliere con cura quale stivale indossare.
Capisco la prudenza. Capisco persino la cautela. Quello che faccio più fatica a capire è l'idea che il cambiamento debba essere rigorosamente certificato, possibilmente timbrato e comunque proveniente dallo stesso ambiente che ha prodotto lo status quo che si dichiara di voler superare.
E qui emerge, forse più dell'ingenuità di Mezzetti, una certa ingenuità del conformismo: quella per cui si può parlare di svolta, di discontinuità, di necessità di cambiare passo, purché alla fine non si cambi davvero strada.
La cosa ancora più curiosa è che persino un giornale coraggioso come La Pressa sembri avere una remora mentale nel prendere seriamente in considerazione una possibilità molto più radicale: un candidato indipendente, non sostenuto dai partiti del centrosinistra.
È già successo, e non in un remoto laboratorio politico della Patagonia.
È successo a Bologna, qualche decennio fa, con Giorgio Guazzaloca. Un precedente che dimostra una cosa elementare: l'idea che una città possa essere amministrata anche senza il certificato di appartenenza a una determinata filiera politica non è fantascienza.Perché allora a Modena sembra quasi un'eresia soltanto immaginarlo?
È proprio questa la modenesità: lamentarsi della palude e, contemporaneamente, preoccuparsi che nessuno osi davvero prosciugarla. Denunciare l'abitudine mentre la si difende con sofisticate argomentazioni. Invocare il cambiamento e poi domandarsi, con una certa apprensione: “Sì, ma non sarebbe meglio cambiare senza esagerare?”
In fondo, è il nostro sport nazionale: desiderare la rivoluzione, purché non disturbi il traffico.
E la stessa dinamica, mi pare, si ritrova anche in una parte del giornalismo di destra. Penso alle critiche spesso gratuite, e talvolta persino contraddittorie, rivolte al generale Vannacci, frequentemente senza che emerga una conoscenza davvero approfondita del suo pensiero. Un pensiero che, a prescindere da tutto, è un pensiero di destra e che, per molti aspetti, rappresenta una destra assai più riconoscibile di quella che abbiamo visto esprimersi nell'attuale esecutivo
Ma anche qui viene un dubbio: non sarà che, alla fine, lo status quo conviene a tutti?
Conviene alla sinistra moderata, che può continuare a presentarsi come indispensabile perché “altrimenti arrivano gli altri”.
E allora resta una spiegazione ancora più impietosa.
Forse siamo semplicemente un popolo poco incline a concedere una possibilità a chi propone un cambiamento reale.
Siamo bravissimi a chiedere novità e straordinariamente efficienti nel renderle impossibili. Ci indigniamo per la stagnazione, ma quando compare qualcuno che rischia concretamente di interromperla, cominciamo immediatamente a cercarne i difetti, le ingenuità, le imperfezioni, le contraddizioni. Meglio un usato conosciuto, anche se perde olio, che un'automobile nuova di cui non conosciamo il motore.
È qui che la pusillanimità diventa qualcosa di più della semplice paura: diventa inaffidabilità.
Perché se diciamo da anni che qualcosa deve cambiare e poi, quando arriva l'occasione di cambiare, ci rifugiamo nuovamente nelle rassicuranti geometrie di sempre, allora il problema non è più soltanto chi governa.
Per questo trovo paradossale che proprio la naïveté venga considerata il rischio maggiore. A volte, infatti, la vera ingenuità è credere che si possa ottenere un risultato diverso continuando a utilizzare gli stessi ingredienti.
Modena avrebbe bisogno esattamente del contrario: non di una scelta più prudente dentro il perimetro consueto, ma del coraggio di uscire finalmente da quei metri quadrati.
Altrimenti continueremo a parlare di cambiamento con la stessa serietà con cui si parla di dieta davanti a un piatto di pasta al forno.
Convinzione assoluta nelle intenzioni.
E assoluta fedeltà alle vecchie abitudini nei fatti.
Cordiali saluti
Mara Iapoce



