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Fase 2, per Modena già occasione persa: la politica ha abdicato a se stessa

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La ripresa dopo l'epocale emergenza rende ancora più evidente il vuoto di visione, e l'incapacità di creare nuovi modelli. Così Modena ha perso il suo primato


Fase 2, per Modena già occasione persa: la politica ha abdicato a se stessa

La cosiddetta fase 2, quella della teorizzata graduale ripartenza sociale ed economica, quella dei nuovi e teorici paradigmi di sviluppo e di vita sociale, dei nuovi, altrettanto fermi alla teoria, modelli di aggregazione e di vita, delle potenziali opportunità generate da uno stop che ci ha obbligato a rivedere e riorganizzare la nostra quotidianità come mai avremmo creduto, ha reso ancora più evidente il vuoto di cui la politica modenese, nelle sue forme di governo e gestione della cosa pubblica, è espressione. 

Ciò che oggi, e nei primi giorni della formale fase due, si conferma e palesa ai nostri occhi, è l’assoluta scomparsa, nella politica di governo locale, di ciò che in passato costituiva un fiore all’occhiello per Modena, e ne sanciva diversi primati, ovvero la capacità, supportata dalla volontà, di creare nuovi modelli per gestire sviluppo e cambiamento. Soprattutto nelle fasi di crisi, di passaggio, che i cambiamenti li obbligano

Una capacità che è rimasta in ambito privato, nel mondo dell’impresa, del sapere fare, ma che è gradualmente sparita dall’azione politica. Da almeno due decenni concentrata a consolidare, restringere e chiudere nei propri fortini e nei propri centri di potere, mantenuti in vita solo da forti e costanti iniezioni di denaro pubblico, la propria posizione dominante, la propria sopravvivenza. Cancellando tutto ciò che è programmazione, visione, prospettiva. Di fatto, di ciò che va al di la della gestione dell’ordinario e dell’esistente controllato. I grandi progetti di sviluppo sono del resto rimasti costantemente sulla carta per questo. Perché è mancata una visione prospettica decennale sulla Modena che verrà nella quale inserirli. Un concetto che abbiamo ribadito più volte e che oggi, nell’emergenza e nel post emergenza, riemerge in tutta la sua desolante realtà.

Mancanza di  prospettiva e di visione, che questa emergenza, con tutti i suoi effetti ed i suoi stravolgimenti, avrebbe potuto nuovamente riempire. Con i nuovi modelli obbligati ed auspicati, con le nuova modalità di organizzare la città, gli spostamenti, il lavoro, gli spazi pubblici, anche il modo di studiare, divertirsi.

Sembra utopia ma non lo è. Perché questo è l’ambito in cui una politica che dice di volere guardare al futuro dovrebbe scendere in campo per dare il meglio di se. Per onorare anche l'orgoglio di ciò che la politica modenese, fino agli anni 90, sapeva mostrare e dimostrare. Dando vita ad una fase nuova. 

Per proporre, confrontarsi e decidere. E invece, a Modena, stiamo assistendo all’esatto contrario. Ad una azione politica chiusa, silenziosa ed autoreferenziale, staccata dall’emergenza stessa, incarnata e plasmata in un bilancio che a guardarlo potrebbe riportare la data del 30 marzo 2019 e non del 30 marzo 2020. Ad una azione politica che non è nemmeno quella delle decisioni sbagliate, delle proposte da confrontare, dei modelli da illustrare e da criticare (di questo anzi ce ne sarebbe bisogno), bensì quella del non essere e del non agire. Del silenzio politico ed istituzionale, che risponde allo straordinario epocale con l’ordinario di sempre. Declinato in tutte le sue forme, anche di comunicazione: dove nonostante uno staff a disposizione del sindaco, rafforzato dallo spostamento post elettorale di diversi contratti sotto le dirette dipendenze della giunta, non si è andati al da di arcobaleni, copia incolla di decreti e condivisione di video youtube.

Una politica di governo che a livello locale ha relegato a ruolo di passacarte il consiglio comunale ed un’opposizione già vaporizzata, tale soprattutto nel principale partito d’opposizione, dove anche il candidato a sindaco, autoannullatosi politicamente e definitivamente nel ruolo istituzionale della Vicepresidenza del Consiglio comunale, è sparito, anzi non è mai nemmeno apparso, nel dibattito politico post elettorale.

Una politica di governo, incarnata nell’unica figura parlante del sindaco che, circondato da una giunta volontariamente silente ed altrettanto vaporizzata, ha dettato una linea precisa parsa più simile ad una rimozione dell’emergenza che ad una gestione politica ed amministrativa della stessa. Ed è così che in piena fase di restrizione sociale e chiusura economica, il 30 marzo si approvava un bilancio che conteneva l’aumento dell’Irpef per 1,8 milioni di euro. Soldi tolti dai bilanci delle famiglie per essere trasferiti nei conti del Comune. Un bilancio che non a caso abbiamo definito dell’altro mondo. E non solo per l’aumento della tassazione in una fase del genere dove le famiglie e le imprese hanno bisogno di tutto ma non di nuove tasse, ma perché distante dalla realtà in tutte le sue principali voci di entrata e di uscita che ne definiscono assetto, natura ed equilibrio.

Con quei 20 milioni di multe previsti, con quei gettiti derivanti da tasse ed imposte che i negozianti ancora chiusi non potranno e non dovranno pagare. Con le stesse entrate da rette da asili e servizi scolastici già chiusi ai tempi in cui quelle previsioni venivano sancite. Come se l’emergenza non esistesse. Compresa la tassa di soggiorno su turisti che non ci sono e non ci saranno. Tutto approvato dalla maggioranza, anche da quella sinistra che oggi punta i piedi sulle privatizzazioni e sulle esternalizzazioni, sul welfare, che denuncia la perdita del modello storico del centro sinistra di governo modenese, ma che al momento del voto consigliare, dove davvero si poteva fare la differenza, ha abbassato nuovamente la testa e ha detto si a tutto ciò che il sindaco ha dettato ed imposto, e che ha posto le condizioni economiche e politiche per continuare a portarlo avanti, quel sistema. 

Da qui il rinnovo per altri 4 anni, dopo una lunga serie di deroghe arbitarie, senza confronto e senza che nessuno battesse ciglio, del contratto di servizio per la gestione delle Cra. Proprio nel momento in cui la politica nazionale e regionale, di fronte alla strage che in esse si stava consumando, poneva come elemento prioritario della fase due, un radicale cambio di passo nei modelli di gestione.

Da qui la fossilizzazione di paradigmi politici ripetuti come tali in tutti i settori dell’azione di governo. A partire da quello sanitario dove anziché aprire una discussione su cosa nella fase uno non è andato e che ha portato l’Emilia-Romagna e la provincia di Modena ad essere le realtà tra le più colpite, con numeri esorbitanti di contagi, morti e, nella prima fasi, di mancata prevenzione, ci si è limitati a fare quadrato politico intorno all’Ausl ribadendo, anche nell’ultima riunione ristretta della Conferenza sanitaria territoriale, che è stato fatto tutto, fin dal primo momento. Sgombrando il campo da qualsiasi discussione critica, di merito.

Così come sul fronte della mobilità e dell’ambiente, dove non si è nemmeno accennato a quanto il blocco prolungato del traffico e degli spostamenti abbia insegnato per migliorare o modificare un Piano Urbano della mobilità a valenza decennale, in via di approvazione e nato già vecchio. Senza una idea nuova sul trasporto pubblico, sulla mobilità alternativa all’auto, su un nuovo modo di vivere ed abitare la città. Dove i giovani, i ragazzi, i meno considerati nell’emergenza, continuano a non essere ascoltati. 

Perché non studiare insieme a loro, nuove forme e nuovi modi di socialità per vivere la città, fare cultura musica e cinema, sport, magari scuola, all’aperto? Perché Modena avrebbe la dimensione giusta anche per sperimentare, ad esempio, forme di connettività gratuita per tutti, estendendo la rete a tutta la città, regolamentandola, ma aprendola. In una città che si spaccia come smart, questa dovrebbe essere la sfida e l'opportunità politica da cogliere. Modena, per dimensione, avrebbe la possibilità di sperimentare nuove modelli dell’abitare, del lavorare, del muoversi, dell’utilizzare luoghi pubblici all’aperto abbandonati. La possibilità di riaffermare il suo primato. Quello che un tempo la politica era capace di fare e che oggi non è più capace di mettere in campo. E potremmo continuare per migliaia di righe, aumentando solamente la dimensione di un grande perché e di un grande boh. Grande come la delusione di vedere la propria città non più capace di inseguire quei sempre nuovi primati che un tempo le appartenevano. Costruendo nuovi modelli e non solo sopravvivendo, svilendoli, a quelli su quelli di un passato sepolto anche dalla recente storia

Gianni Galeotti


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