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L'Occidente, preda di una isteria bellicista, travisa il 25 aprile

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Si è arrivati al punto che la compagnia di assicurazioni Zurich è stata costretta a cambiare il proprio logo perché la lettera Z ricordava quella russa...


L'Occidente, preda di una isteria bellicista, travisa il 25 aprile
Incipit: Oggi in Italia si festeggia il 25 aprile e tutte le piazze antifasciste stanno inneggiando alla resistenza ucraina contro il nuovo hitlerismo russo. Solo per ricordare ai più smemorati che l’Ucraina ha proclamato eroi nazionali ed eretto statue ad alcuni tra i più sanguinari esponenti del collaborazionismo nazista europeo, come Stepan Bandera e Roman Shukhevych, e che nel codice penale russo il nazismo è invece fuorilegge.

In occasione del conflitto russo-ucraino sembra che gli americani abbiano opportunamente modificato la massima del grande storico della guerra Carl von Clausewitz “il sangue è il prezzo della vittoria” con “il sangue dei nostri alleati è il prezzo della vittoria”. A compenso delle vite dei propri soldati che non sono più disposti a sacrificare stanno riversando al servizio dell’Ucraina che si batte al loro posto contro i russi tutta l’enorme potenza di fuoco politica, economica e mediatica di cui dispongono.

In questa prima guerra ibrida o multiprofilo dell’era moderna gli USA, insieme a tutti i paesi al loro traino come l’Italia, hanno trasformato l’informazione in un campo di battaglia di valore strategico, imponendo innanzitutto la narrativa dominante e i ruoli dei protagonisti: l’intervento militare russo non è stato la conseguenza di una guerra civile di confine germinata con la dissoluzione dell’Unione sovietica, esplosa nel 2014 con Euromaidan e la secessione del Donbass, e alimentata per otto anni dagli americani in vista di un showdown con i russi, ma bensì l’aggressione a freddo e senza alcun motivo di un povero paese inerme e disarmato come l’Ucraina.

Alla fine di febbraio, mentre i russi si impantanavano nei dintorni di Kiev nel loro goffo tentativo di blitzkrieg, i mezzi di comunicazione dell’occidente già erano tutti allineati e coperti, con poche eccezioni, nel loro nuovo ruolo di bollettini di notizie della NATO e del governo ucraino.

Sullo sfondo della chiassosa grancassa bellicista, appena udibile, il penoso balbettio della politica e delle istituzioni elettive nei paesi europei, penose comparse in un gioco più grande di loro. Persino le piazze pacifiste un tempo ululanti contro le guerre americane sembrano annichilite o allineate allo spartito. Anche il ministro degli esteri tedesco Annalena Baerbock, esponente di quei verdi che nei primi anni ’80 erano alla testa delle manifestazioni contro l’installazione degli euromissili in Germania al grido di “meglio rossi che morti”, è diventata una delle più convinte sostenitrici dell’invio di armi pesanti all’Ucraina.

La prontezza con cui i media hanno preso posizione ai loro posti di combattimento si spiega con il rodaggio dell’emergenza Covid: per due anni avevano quotidianamente educato l’opinione pubblica a battersi con disciplina nella guerra al virus, a subire stoicamente i sacrifici economici e alle libertà individuali, nell’attesa paziente della vittoria mediante l’arma salvifica del vaccino. Sperimentato il metodo con successo, nei palinsesti è bastato sostituire al Covid la Russia di Putin come nemico assoluto.

Nell’unanimismo del quotidiano bombardamento mediatico le voci non allineate sono poche ma anche quelle sembrano troppe. I giornalisti, nuovi sacerdoti della verità, affiancati con disciplina militare dai social e da tanti influencer a gettone, sembrano guerrieri di prima linea, che al posto del fucile brandiscono la tastiera con la stessa, aggressiva, foga partigiana. I rari intellettuali che si avventurano sui media mainstream per esprimere qualche parere dissonnante sono bollati come “pifferai di Putin”. Pure i corrispondenti della RAI da Mosca sono stati precipitosamente richiamati in Italia nel timore che i poverini siano troppo esposti alle “bugie tossiche” di Putin. Il Consiglio europeo, in curioso omaggio ai principi della democrazia liberale e del pluralismo informativo, il 2 marzo ha ordinato l’oscuramento di tutti i siti russi onde evitare che qualche cittadino del continente possa essere contaminato dalle fake news del nemico. Il regime ucraino, luminoso esempio delle libertà democratiche che dovremmo difendere, aveva già dato il buon esempio dichiarando fuorilegge tutti i partiti e i media non allineati e rinchiudendo in galera il capo del principale partito di opposizione.

L’isteria bellicista nell’occidente democratico è debordata in vera propria russofobia: mostre e iniziative su autori russi sono state sospese o revocate, le squadre sportive bandite dalle competizioni internazionali, cantanti e direttori d’orchestra cacciati perché non si prestano ad autodafé contro il loro paese; si è arrivati al punto che la compagnia di assicurazioni Zurich è stata costretta a cambiare il proprio logo perché la lettera Z ricordava troppo da vicino quella dell’”operazione speciale”.

Per mobilitare il fronte interno i media mandano in onda solo carri armati e mezzi russi distrutti dagli eroici soldati del “tridente bizantino”, non importa se taluno è ripreso da qualche film di repertorio, si pubblicano numeri esorbitanti di morti e feriti russi evitando al contempo di menzionare una sola perdita dell’altra parte, non sia mai che qualcuno si demoralizzi. In due mesi le truppe di Putin hanno occupato circa un quarto del territorio ucraino ma ciò non impedisce a qualche improvvisato dottor Stranamore di affermare che “gli ucraini possono battere i russi” e addirittura che “l’esercito russo non esiste più”, forse confondendo la realtà con le proprie speranze.

La propaganda del nuovo verbo bellico non si preoccupa di verificare le fonti ma solo di essere assoluta padrona del campo, pazienza se la mancata verifica dei fatti provoca clamorose smentite, come all’Isola dei Serpenti, occupata dai russi il primo giorno di guerra; secondo i bollettini di Kiev e tutta la nostra stampa gli eroici difensori si sarebbero tutti sacrificati dopo aver mandato a quel paese il nemico che ne chiedeva la resa, mentre avevano alzato tutti le mani senza sparare un colpo.

I mercenari reclutati e profumatamente stipendiati dagli USA che combattono per gli ucraini sono dipinti come gli eroici eredi delle brigate internazionali al tempo della guerra di Spagna, i ceceni di Kadyrov, peraltro cittadini russi e non mercenari, sono ipso facto dei “tagliagole”. Il generale russo Mikhail Mizintsev che guida l’assedio di Mariupol non può che essere The butcher of Mariupol, mentre il capo dei nazisti di Azov Denis Projipenko viene decantato come un mite umanista che cita massime del filosofo tedesco Emmanuel Kant (forse perché lo confonde con un generale delle Waffen SS).

Mostrificare il nemico è uno degli obiettivi prediletti della nuova vulgata. Apprendiamo che Putin è malato di cancro, che ha il Parkinson, che è pazzo, malconsigliato, che non parla più neppure ai suoi perché non vuole sentire che la guerra va male. Mai un accenno, naturalmente, alle notorie “cure” a cui si sottopone il condottiero Zelensky, dal cui instabile comportamento pure dipendono non solo le sorti del suo paese. E neppure dei sempre più frequenti smarrimenti di parola e di senso del presidente Biden, l’uomo più potente della terra. A forza di ripetere che il presidente russo è un “criminale assassino”, un “genocida”, che deve essere cacciato dal potere con ogni mezzo, non ci si stupisce che i pacifisti della Stampa abbiano inviato i dirigenti del Cremlino a togliere di mezzo per le spicce Mad Vlad, perché a loro giudizio il tirannicidio è “moralmente legittimo”.

Viste le premesse, non occorreva poi molta immaginazione per prevedere che all’esercito russo sarebbero state attribuite tutte le peggiori nefandezze che si possono commettere, e come da copione è così puntualmente è avvenuto: siamo stati informati di ogni genere di crimine di guerra, dagli stermini di massa dei civili, agli stupri collettivi, ai forni crematori, fino al genocidio. A questa galleria nazista degli orrori, di cui nessuno deve permettersi di dubitare perché certificata dal governo ucraino, sono mancate finora solo le camere a gas, ma c’è ancora tempo! Mano libera e silenzio assoluto a quanto invece combinano gli ucraini, se non quando qualcuno di loro è così imbecille da postare sui social esecuzioni sommarie di soldati russi catturati; ma anche in quel caso i megafoni del bene sono pronti ad accompagnare un tiepido rimprovero all’assicurazione che si tratta di casi assolutamente isolati

A questa grottesca rappresentazione di stampo hitleriano del nemico russo gli americani e gli europei devono credere loro stessi assai poco, se continuano imperterriti a fare affari con l’“impero del male” per miliardi di dollari e non solo in materia di energia. Ma in fondo questa non è altro che l’ennesima prova del “doppio standard” di cui l’alleanza occidentale ha dato ripetute prove negli ultimi decenni, in base al quale è moralmente legittimo tutto ciò che coincide con i propri interessi ed è assolutamente immorale, liberticida e antidemocratico tutto ciò che li minaccia. Tra gli innumerevoli esempi, l’attacco NATO del 1999 alla Serbia, un paese di soli sette milioni di abitanti che in tre mesi d’incessanti bombardamenti subì la quasi completa distruzione delle sue infrastrutture, la morte di 2.500 civili e l’esodo forzato dal Kosovo di altri 230 mila.

Se il metro su cui si decidono le sorti del conflitto fosse quello dei massmedia non c’è dubbio alcuno che la partita si sarebbe chiusa il giorno dopo l’apertura delle ostilità e che la Russia ne sarebbe uscita annichilita. Capita però che quando si esagera con la propaganda questa si vendichi producendo effetti assai diversi se non opposti. Basta ricordare cosa era stato dato per certo sulle sanzioni: avrebbero distrutto economicamente la Russia in qualche settimana e se non fosse stata spazzata dallo tsunami del default ci avrebbero pensato gli oligarchi penalizzati nei loro affari a detronizzare il tiranno con una congiura di palazzo. A distanza di qualche mese il cambio del rublo con le altre valute è più o meno quello di un anno fa e con l’aumento esponenziale del prezzo delle materie prime che la Russia continua a esportare anche in Europa qualcuno è arrivato a chiedersi se per Putin la guerra non rappresenti in realtà un affare. Tutto ciò mentre è plateale il harakiri che con le sanzioni si sono procurate tutte le economie occidentali, con inflazione alle stelle, crescita azzerata, e tensioni sociali che presto esploderanno con effetti destabilizzanti. Quanto agli oligarchi nessuno di loro ha mosso e muoverà un dito anche perché i beni sequestrati sono una frazione di quelli che posseggono e comunque nessuno di loro ha la volontà, e tantomeno la forza, di sfidare Putin. Per paradosso il ceto sociale che sta subendo maggiormente il peso economico delle sanzioni è la borghesia urbana dallo stile di vita e di consumi più vicini a quelli occidentali e notoriamente più critico e distante dal regime.

Non è azzardato affermare che la guerra mediatica e quella economica, nel suo insensato estremismo, non solo non abbiano indebolito ma abbiano addirittura accresciuto l’adesione della società russa nei confronti dell’operato di Putin. Ricerche indipendenti indicano che il presidente russo raccoglierebbe in questo momento circa l’80 per cento del consenso dei suoi concittadini, mentre quello di Biden negli USA non va oltre un disastroso 33 per cento.

A sorprendere di più sono però i sondaggi che riguardano il giudizio dei cittadini italiani nei confronti della guerra. Dopo mesi di condizionamento mediatico a senso unico sarebbe naturale attendersi un’adesione di massa alle tesi mainstream, ed invece un sondaggio TP del 15 aprile registra che il 42,7 per cento degli italiani pensa che il mancato cessate il fuoco sia responsabilità degli americani, il 10,2 degli ucraini, e “solo” il 38,9 di Putin. Che la raccolta non sia proporzionata alla semina sta provocando qualche mal di pancia nei giornaloni in prima linea, tanto che con sublime senso del ridicolo, il Corriere è arrivato seriamente a interrogarsi su “come mai in Italia ci sono così tanti filorussi?” Si potrebbe semplicemente rispondere che la responsabilità è dei giornali come il Corriere.

Giovanni Fantozzi - storico


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Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi, giornalista e storico. Si occupa della storia modenese e in particolare del periodo della Seconda Guerra Mondiale e del Dopoguerra. Tra le sue pubblicazioni:
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