Il nostro Giuseppe Conte - accanto a Patti Smith, alla nipote dell’ex presidente degli Stati Uniti Mary L. Trump, alla leader bielorussa dissidente Svetlana Tikhanovskaya e ad Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica - ha ricreato ad Amsterdam lo stesso idioma: simpatico e accattivante, se in una pubblicità televisiva, ma assolutamente mortificante in un contesto serio, internazionale dove, come ex premier, si rappresenta l’Italia e gli italiani.
Ora, non è un obbligo avere dimestichezza con la lingua di Shakespeare, anche se la cosa sarebbe opportuna per chi aspira a carriere internazionali; gli interpreti simultanei sono stati inventati per questo. Il loro supporto ha un costo non indifferente, oltre alle spese di viaggio e soggiorno, e questo costo pesa sulle proprie tasche, quando non è il denaro pubblico a pagare, ma evita figure ridicole come quella che ha fatto Conte.
A questo punto sorgono un paio di domande: ma quando il Nostro si faceva riprendere in amabili conversari con Angela Merkel, durante i simposi internazionali, in quale lingua parlava? Si esprimeva nel dialetto di Volturara Appula, il suo paese natale, e la Cancelliera tedesca piegava le labbra ad un sorriso emblematico perché non capiva un emerito tubo? Oppure, con i suoi 'importanz of wespred' a volte rideva di gusto, perché le ricordava Lino Banfi in certe commedie boccaccesche degli anni ‘80?
L’altra “question” riguarda il curriculum snocciolato nel momento in cui Grillo lo indicò a presiedere il Consiglio dei Ministri.
Sempre nel curricuum, aggiunse specializzazioni e approfondimenti anche a Yale nel 1992, alla Duquesne University di Pittsburgh (sempre nel 1992) e al Girton College dell’Università di Cambridge, nel Regno Unito (nel settembre 2001).
Una qualsiasi persona dopo cotanto studio in queste università dove è obbligatorio esprimersi in inglese, saprebbe tale lingua meglio dell’italiano. E invece no: Conte è rimasto ai 'Of di velu' e 'Coscenzis': praticamente ai “Granel, stracciatel: du gust is mei che uan!”
Si aggiunge una terza domanda, rivolta agli italiani: quanto si dovrà ancora attendere per uno scatto d’orgoglio, per la decisione di non dare più spazio in campo politico a personaggi che ridicolizzano quella che fu la Patria di Da Vinci, Dante, Michelangelo, Verdi… e mille altri? Si deve forse toccare il fondo con cantanti simil Maori e milionari, che si propongono quali difensori delle “masse operaie” e salvatori del “bel paese là dove 'l sì suona”?
Massimo Carpegna



