Piegato dal voto del 4 marzo, con big come De Vincenti e Vaccari umiliati dai parvenu del centrodestra, e punito ripetutamente dai sondaggi, il Pd modenese ieri sulla scia del vento nazionale che ha portato ai gazebo 1,8 milioni di italiani, ha dato un importante segnale di risveglio. Oltre 31mila modenesi hanno deciso di partecipare alle Primarie, nonostante tutto, nonostante la disaffezione e le continue spaccature. Nonostante il senatore modenese renziano-non renziano Richetti e il suo mandare letteralmente a 'cagare' anche il compagno di staffetta Martina (un delirio ridicolo se non fosse vero), nonostante le continue promesse non mantenute (in primis su urbanistica, ambiente) da chi nelle istituzioni locali rappresenta il Pd. Nonostante il Sistema Modena incarnato da Muzzarelli, nonostante un assessore all'ambiente come la Filippi che ha svenduto, come fossero carciofi al mercato, tutte le battaglie di Legambiente (a partire dal No alla Bretella).
Ecco, nonostante tutto questo i modenesi hanno deciso di consegnare ancora una volta al centrosinistra le loro speranze e il loro no alle politiche leghiste nazionali, tradotte (malamente) dai piccoli leader locali.
Ora, restando a Modena, il Pd di Muzzarelli (non si offenda il pur encomiabile Davide Fava ma questo è il Pd oggi) ha due possibilità. Interpretare questo voto, la carica dei 31mila, come una conferma della bontà del suo operato o, viceversa, interpretarlo come un appello, un ennesimo (ultimo?) atto di fiducia dei modenesi a cambiare rotta dall'interno. Un atto generoso e disperato, un sos di chi non vuole arrendersi alla deriva leghista. O di chi l'ha fatto il 4 marzo e ora ne è pentito.
Nel primo caso nulla cambia, basta continuare sulla strada di sempre, basta continuare con gli slogan vuoti della 'lotta alla paura' e della 'città che guarda al futuro' e sperare in Dio. Continuare ad affidarsi a cortigiani pronti a stendere tappeti rossi a chiunque abbia potere, continuare a zittire ogni critica, creare liste e listine in casa spezzettando se stessi, inglobare e annullare il dissenso sempre e comunque (stile Maletti o Silingardi per ricordare le Primarie 2014) e sperare che questo atteggiamento, unito a un vago appello ai 5 Stelle, sia sufficiente a convincere gli elettori a non affidarsi alla Lega. Una Lega che a Modena punta tutto ed esclusivamente sul traino di Salvini, una Lega autoreferenziale, che ha annullato gli alleati, Forza Italia e Fratelli d'Italia, trasformandoli in succubi comprimari in attesa delle briciole e che ha come unico
Nel secondo caso, invece, decidesse di cambiare, Muzzarelli dovrebbe farsi carico di una responsabilità enorme, capire che il voto dei 31mila non è un applauso ma un grido d'aiuto. E di fronte ai gridi di aiuto non si fa l'inchino soddisfatto, ma si corre e si rischia anche la propria stessa incolumità. Si mettono da parte orgoglio e rancori, ci si contamina. Si rompono i legacci con i mondi economici amici che hanno garantito la tenuta del Sistema sinora. Non si fanno appelli generici ai 5 Stelle, ma si discute con il diverso per cercare una nuova sintesi. Migliore.
Questo è il bivio che il Pd modenese ha di fronte e in fondo è lo specchio del bivio col quale deve misurarsi il Pd nazionale. Aprirsi e cambiare o interpretare questa insperata fiducia offerta dalle Primarie come una conferma. E questa volta non basterà il solito compromesso: scegliere a parole il cambiamento per poi nei fatti non cambiare nulla. Stavolta, con le Europee e le amministrative alle porte, si gioca davvero. E senza rete.
Giuseppe Leonelli



