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Mafia, processo Grimilde: chiesti 120 anni di carcere

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La sentenza di questo processo di primo grado, scaturito da un'inchiesta del giugno del 2019, è attesa entro la fine del mese


Mafia, processo Grimilde: chiesti 120 anni di carcere
Poco meno di 120 anni di carcere. E' la richiesta di pena che Beatrice Ronchi, pubblico ministero della Procura antimafia di Bologna, ha chiesto oggi al termine della sua requisitoria per i 16 imputati del processo 'Grimilde' contro la 'ndrangheta di Reggio Emilia. Il procedimento, iniziato a dicembre di due anni fa, ha acceso i riflettori sulle presunte attività illecite della cosca Grande Aracri di Cutro, con riferimento in questo caso ai suoi interessi a Brescello e nella Bassa reggiana.

Nelle 56 udienze celebrate con rito ordinario (altri 48 imputati avevano scelto il rito abbreviato riportando pesanti condanne) sono stati contestati reati come come estorsione, trasferimento fraudolento di valori, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, danneggiamento e truffa aggravata. Per Francesco Grande Aracri, 68enne fratello dell'ex boss di Cutro Nicolino detto 'mano di gomma', è stata chiesta una condanna a 30 anni.



Per suo figlio minore Paolo, 32 anni ma già a 18 'stabilmente inserito' nella consorteria criminale, la pena richiesta è di 16 anni e sei mesi. Tra le altre condanne proposte quella a nove anni per l'imprenditore reggiano Omar Costi (già condannato nel maxi processo Aemilia) e quelle per Gaetano e Domenico Oppido. Le pene per padre e figlio chieste dalla Procura sono rispettivamente di sette anni e cinque anni e quattro mesi. I due sono accusati di aver ordito una maxi truffa ai danni del ministero delle Infrastrutture, che portò nel 2010 2,2 milioni alle casse del clan. La sentenza di questo processo di primo grado, scaturito da un'inchiesta del giugno del 2019, è attesa entro la fine del mese.

Come riporta la Dire, oggi il pubblico ministero antimafia Beatrice Ronchi, proseguendo la sua requisitoria nel processo 'Grimilde' di Reggio Emilia, si è soffermata sulla posizione di Paolo Grande Aracri.

Si tratta del 32enne che, con il padre Francesco (fratello del capofamiglia di Cutro Nicolino) è tra i principali dei 16 imputati alla sbarra per i presunti affari illeciti della consorteria mafiosa emiliana a Brescello e sulle rive del Po. 'Su Paolo Grande Aracri - scandisce il Pm - possiamo certamente dire che il dibattimento ci ha restituito un quadro probatorio nei suoi confronti estremamente più ricco di quello della fase cautelare (l'uomo è detenuto nel carcere di Civitavecchia, ndr) e riteniamo che sia stata raggiunta la prova della sua responsabilità per tutti i reati contestati'. Secondo Ronchi, inoltre, 'il processo ne ha fotografato la crescita come 'ndranghetista fino al suo arresto nel giugno del 2019, inquadrandolo come stabilmente inserito nelle dinamiche, negli affari e nelle situazioni della cosca, di cui anche il fratello Salvatore (condannato anche in appello in rito abbreviato) e il padre fanno parte'. Di fronte a solo due avvocati difensori - Vincenzo Belli e Chiara Carletti, mentre gli altri hanno nuovamente disertato l'aula - il magistrato ha ripercorso quindi alcuni momenti salienti della 'carriera criminale' del giovane, come quando 'appena 18enne, si recò subito dallo zio Nicolino che si trovava in carcere a Parma'. Compiuta la maggiore età, sostiene inoltre l'accusa, l'imputato fu subito messo al 'lavoro', come 'prestanome del padre e del fratello nell'azienda mafiosa - come confermano le sentenz e- Eurogrande Cotruzioni di Francesco Grande Aracri'. 

In seguito, prosegue Ronchi, fu fino a circa il 2011 un 'attore agli ordini del fratello come factotum, entrando però anche in contatto con esponenti di vertice della cosca come Alfonso Diletto e Nicolino Sarcone'. Da semplice 'ambasciatore', cioè latore di messaggi tra gli 'ndranghetisti, Paolo Grande Aracri sarebbe infine diventato un promotore e organizzatore attivo degli affari di famiglia. Avviene per la Procura intorno al 2017-2018, quando gestisce in prima persona alcune operazioni illecite in Sicilia e in Svizzera. Tra le più rilevanti, quella sulle cosiddette 'pompe di benzina bianche' (cioè senza marchio), relativa ad un commercio di carburante eludendo il pagamento delle accise dovute.


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