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Le analisi grossolane sulla crisi economica in Appennino

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L’Appennino, più che di una app, ha bisogno di un piano Marshall


Le analisi grossolane sulla crisi economica in Appennino

La notizia del giorno in Appennino è stata, tra il 19 e il 20 scorso, la diffusione da parte dell’ufficio studi della Lapam Confartigianato dei dati sull’economia montana: chiuse 600 imprese in dieci anni.

La notizia di per sé è drammatica, un po’ anche per come è stata riportata dai giornali: i quotidiani on line hanno ricalcato il comunicato stampa, i cartacei invece hanno pensato bene di rielaboralo chi più chi meno aggiungendo dettagli. In tutte le versioni mancano visioni, che per carità, non spettano ai giornalisti ma spettano agli addetti di settore, i quali si limitano a dire che occorrono interventi non negli definiti. Dai cronisti ci si può aspettare magari un suggerimento, specie da quelli che si occupano di economia.

Capita così di vedere un post su Facebook a corredo dell’articolo, da parte di un giornalista di una nota testata on line, giornalista che nel suo curriculum vanta anche una laurea in economia.

Ebbene, l’analisi del post, limita il discorso alla digitalizzazione, alla mancanza di visione 2.0 dei vecchi, il problema del Frignano è che ci sono troppi vecchi, con poca voglia di modernizzare e pochi giovani formati digitalmente. La chiusura del post, condivisa anche sul gruppo “Cosa succede a Pavullo” è “La guerra non è tra destra e sinistra ma tra giovani e vecchi di mentalità”.

Se capitate sul gruppo e leggete i commenti, i supposti vecchi mal commentano, laddove sul profilo del giornalista ci sono commenti più o meno favorevoli, con qualcuno che però sottolinea che non è così semplice la risoluzione del problema. Ma alle obiezioni il cronista replica che le aziende di qualsiasi settore sopravvivono se sono digitalizzate e innovative.

Da addetto nel settore dell’artigianato (quello più colpito), con passione per il giornalismo e anche la digitalizzazione, avrei più di un obiezione da fare al nostro “analista”. La prima è: cosa diavolo vuoi digitalizzare in montagna se a malapena nei capoluoghi arriva l’ADSL, se internet esiste giusto col wi-fi satellitare, se neanche in tutte le zone prende il digitale terrestre e, soprattutto se alcune zone non sono nemmeno coperte col 4G? Il turismo, che oggi corre soprattutto sui Trip Advisor, Booking, Expedia e Trivago certamente ne gioverebbe ma andrebbe aggiunto un dettaglio: il ricettivo, e non da oggi, non è al passo coi tempi, bella grazia se alcuni consorzi sciistici mantengono gli impianti in salute e ben mantenuti, ma per chi non scia i paesi offrono poco, e più ci sia allontana dalle piste, più il turismo è solo estivo e impiantato su una vecchia (quella sì) concezione di villeggiatura. Alcune amministrazioni lungimiranti anno concentrato il discorso sullo sport, le escursioni gli eventi e i territori a misura di famiglia, ma non basta per rilanciare il settore se non a spot. Occorrerebbe, lo dicono in tanti da anni, lanciare anche un turismo di tipo congressuale, ma mancano da un lato le sale congressi dall’altro eventi in grado di attirare folle come le fiere. A Pavullo quella dell’economia montana la fanno ogni due anni, e non è certo la fiera di Stoccarda, le altre come ad esempio la annuale di Serramazzoni (cito i due paesi che si “salvano” dalla crisi) sono le classiche fiere turistico-montane. Buone per un giorno, non creano “struttura”. E uno ha un bel da pubblicizzare sui social, ma questa è la realtà promozionale d’Appennino. A Serramazzoni, sempre per rimanere in tema, hanno organizzato il primo Luglio Serramazzonese, un mese di eventi sul modello delle fiere pedemontane (Maggio Fioranese, Giugno maranellese ecc..) ma in realtà, l’area destinata agli eventi, per lo più culturali e musicali, altro non era che il vecchio centro sportivo, che necessita di una riqualificazione, dove di recente c’è stato il posizionamento dei container che ospitano le scuole, accanto c’è un parco sospeso che non è gestito da nessuno e… quest’anno non ha neanche aperto la piscina per cavilli burocratici. No, non è solo questione di digitalizzazione o scontro generazionale, è tutto il resto che manca!

Così come mancano le infrastrutture di base, la Via Giardini tra Maranello e Serramazzoni ha due sensi unici alternati con semafori per via delle frane, a Pavullo raddrizzano il Carrai ma manca e mancherà ancora per chissà quanto una circonvallazione degna di questo nome. E per non farci mancare nulla, in autunno chiuderà per un mese la galleria di Strettara per lavori, con deviazioni a Montecreto e per la strada storica e grandi tribolazioni per i trasporti.

Se un fattore giovani-vecchi proprio lo si vuole tirar fuori, allora usiamo quello del ricambio generazionale. Molte aziende hanno chiuso anche per anzianità sopravvenuta, e nessuno è subentrato o, nel caso, non c’è stato un ricambio equivalente. A questo si aggiunga lo spopolamento, soprattutto in alto Frignano dove, al di fuori delle stagioni turistiche in molti non hanno la possibilità di lavorare con soluzione di continuità. Chi vuole costruirsi un futuro va prima dove ci sono le possibilità per farlo, solo successivamente cerca una buona connessione.

Poi si potrà dire che c’è un fattore di provincialismo che non se ne va, che ci sono rendite di posizione (che si passano anche di padre in figlio) ma occorre considerare il problema nella sua complessità strutturale: fare impresa in montagna è difficile in primis per mancanza di infrastrutture tecnologiche e non, per studiare occorre fare chilometri e non ci sono possibilità oltre un certo limite. Esempio balzano: se si vuol fare una squadra agonistica di alto livello di pattinaggio artistico mancano i formatori che vadano oltre le scuole medie. Nel Frignano, nonostante il palaghiaccio di Fanano non avremo mai una Carolina Kostner perché nono abbiamo i mezzi per competere con l’Alto Adige. Basterebbe un consulente digitale per cambiare questo? Con un liceo sportivo a Pievepelago che partirà in ritardo rispetto a quanto promesso in campagna elettorale?

E nel settore edile come la mettiamo? Non c’è addetto di settore che non lamenti che non si vedono gru, cantieri nuovi, riqualificazioni. D’accordo che oggi siamo tutti più smart e anche un lattoniere invia un disegno via whatsapp senza doverlo spiegare al telefono al suo interlocutore che se lo deve immaginare; ma la montagna di burocrazia, cavilli e soprattutto tasse non si cancella col ditino sull’app. Le associazioni che fanno queste ricerche, sono strutturare anche per assistere i meno esperti, come ha recentemente dimostrato la fatturazione elettronica, ma l’impressione è che siamo alle analisi grossolane, sia da parte di chi fa gli studi (e non sollecita soluzioni) sia da parte di chi dice che occorrerebbe essere più digitalizzati.

La realtà, come sempre, occorre viverla non commentarla dalla comoda posizione di “scranai”. L’Appennino, più che di una app, ha bisogno di un piano Marshall.

Stefano Bonacorsi


Stefano Bonacorsi
Stefano Bonacorsi

Modenese nel senso di montanaro, laureato in giurisprudenza, imprenditore artigiano, corrispondente, blogger e, più raramente, performer. Di fede cristiana, mi piace dire che sono ..   Continua >>


 

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