Una relazione che si basa sulla lettura completa dello studio nel quale è bene evidenziato che se si contestualizza temporalmente il dato secondo cui i soggetti vaccinati avrebbero un indice di contagiosità tra il 35 e del 65% inferiore rispetto ai contagiati (dato divulgato principalmente e sempre sui media nazionali), emerge che tale differenza sparirebbe dopo solo 3 mesi.
Ovvero, dopo 12 settimane dalla vaccinazione non ci sarebbe “alcuna differenza nella trasmissione della variante tra vaccinati e non vaccinati”. Nonostante ciò la validità del green pass è stata estesa a 12 mesi. Ma a giungere, sulla base di dati scientifici e ricerche, alla conclusione che il Green Pass non è, come più volte, anche a La Pressa, ha specificato il Dr Andrea Crisanti, strumento di sanità pubblica, sono anche altri due fattori evidenziati dallo studio. Ovvero che l'80% dei contagi avviene in ambiente domestico e solo il 30% in luoghi pubblici, e che i positivi asintomatici, al di là dall'assere vaccinati o meno, hanno la possibilità di contagiare tanto quanto i vaccinati entro i primi 3 mesi dalla vaccinazione, ovvero nel periodo di loro più alta, teorica protezione.
Riportata nel contesto dei luoghi di lavoro e degli ambienti accessibili solo con Green Pass la conclusione conseguente è che solo la verifica della negatività di soggetti asintomatici sottoposti a tampone a garantire una maggiore tutela e che questa sarebbe favorita favorendo l'accesso ai tamponi.
Si tratta di dati e di conclusioni che non mettono in discussione l'efficacia dei vaccini, ma il presupposto che sta alla base del Green Pass che dal 15 ottobre, in Italia, diventerà strumento necessario al quale legare e vincolare il diritto al lavoro


