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Caso Jolanda, indagine non è condanna: l'alternanza a Bonaccini non si costruisce nelle aule di tribunale

Caso Jolanda, indagine non è condanna: l'alternanza a Bonaccini non si costruisce nelle aule di tribunale

Non si può evocare il garantismo a corrente alternata, non basta usare la premessa 'io sono garantista ma...' e poi usare una semplice indagine come una clava. Il Governatore dell'Emilia Romagna non merita il linciaggio aprioristico con argomenti pre-giudiziari. Non lo merita come non lo merita nessuno


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Nel bel mezzo della crisi di Governo, con il dimissionario Giuseppe Conte, intento a costruire una nuova squadra di Governo 'allargata', ma anche con l'ipotesi in campo di un Esecutivo istituzionale, piomba sulla testa del Governatore dell'Emilia Romagna Stefano Bonaccini (il cui nome è uscito spesso in chiave romana) la notizia, pubblicata inizialmente solo dal Resto del Carlino, di una indagine a suo carico per il famoso caso-Jolanda di Savoia. 
Di quella telefonata al sindaco del Comune ferrarese tanto si è scritto, anche su questo giornale, ma oggi val la pena ricordare alcuni fatti ovvi, ma comunque importanti. Il primo: che la Procura avesse aperto un fascicolo era noto e già ampiamente pubblicato nei mesi scorsi. Il secondo: che Stefano Bonaccini, a fronte di un esposto di un sindaco, fosse iscritto nel registro degli indagati era scontato. Il terzo, generale e valido per tutti: essere sottoposti a un indagine non può essere mai essere considerato come una sorta di 'condanna in potenza', ma viceversa l'indagine è una prerogativa sacrosanta della magistratura a garanzia di tutti.
Date queste premesse, quasi scolastiche, non si può non registrare l'immediato risalto politico dato dall'opposizione di centrodestra a questa notizia.
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Notizia, lo ripetiamo, scontata: per essere chiari notizia sarebbe stata la richiesta di rinvio a giudizio, fatto anche questo che comunque non sarebbe neppur vagamente interpretabile come una pre-condanna.
Eppure l'opposizione, pur nascondendosi (e nemmeno sempre) dietro all'artifizio retorico del 'siamo sempre garantisti', attacca Bonaccini. Dalla Lega in particolare arrivano inviti, quando va bene, a 'bagni di umilità', con l'ex candidata Lega Lucia Borgonzoni che parla addirittura di 'comportameto gravissimo'.
Ora, al di là del merito della vicenda, al di là della opportunità politica di quella telefonata, al di là della sacrosanta inchiesta della Procura, è tempo forse che la politica in genere, e il centrodestra in particolare, faccia pace con se stesso.
Non si può evocare il garantismo a corrente alternata, non basta usare la premessa 'io sono garantista ma...' e poi usare una semplice indagine come una clava contro l'avversario politico, la stessa clava con cui ci si lamenta di essere stati bastonati a parti invertite. Non si fa. Il garantismo è garantismo e quando lo si nomina per negarlo, scompare, come il silenzio.
Sul piano politico l'alternanza della quale l'Emilia Romagna ha un bisogno profondo e viscerale, non può fondarsi sulla speranza che l'avversario venga affossato in un'aula di tribunale.
Sul piano umano e civile non si può mai considerare una indagine come una lettera scarlatta contro la quale puntare il dito. Stefano Bonaccini ha tanti difetti, il Sistema emiliano-romagnolo lascia spesso senza fiato i detrattori, ma il Governatore dell'Emilia Romagna non merita il linciaggio aprioristico con argomenti pre-giudiziari. Non lo merita come non lo merita nessuno.
Giuseppe Leonelli
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