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'In quel tratto 5 rotture storiche, il disastro si poteva prevedere o limitare?'

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Gli eventi antecedenti alla rottura del 6 dicembre 2020 già documentavano la fragilità di quel tratto. Perché la riparazione è partita 8 ore dalla rottura che ha provocato l'alluvione?'


'In quel tratto 5 rotture storiche, il disastro si poteva prevedere o limitare?'

Anni 1972, '73, '76 e 2014. Sono cinque, (perché 2 nel 1973), le rotte degli argini che hanno interessato un tratto di poco meno di due chilometri del fiume Panaro, poco prima dell'abitato di Navicello. Lo stesso tratto dove si è verificata la rotta (che porta a 6 il numero totale negli ultimi 50 anni), del 6 dicembre scorso, quando la falla, creatasi poco prima delle ore 7 del mattino, si è via via allargata scaricando per circa 8 ore (l'intervento di riparazione è iniziato solo nel primo pomeriggio), milioni di metri cubi di acqua della piena (solo in parte tagliata dalle casse di espansione), che hanno provocato l'alluvione di Nonantola.

Il penultimo si era verificato nel 2014 (nello stesso giorno della rottura dell'argine del Secchia che provocò l'alluvione di Bastiglia e Bomporto), quando una falla su quel tratto del Panaro venne 'arginata' con un intervento di emergenza ed immediato di un agricoltore che con la propria ruspa bloccò il flusso in uscita.

Una serie di eventi storici, quelli ricostruiti da Massimo Neviani (Comitato Salute e ambiente di Campogalliano), e riportati sulla carta geologica dell'alta pianura del 1990, che documenta una sequenza anomala di eventi, anomala perché concentrata di fatto in quel breve tratto di fiume, negli ultimi 50 anni. Una sequenza che indica, anche agli occhi dei meno esperti, una problematicità specifica di quel tratto di fiume, una fragilità che ha esposto costantemente negli anni il fiume stesso, in quei particolari punti, ad un maggiore rischio potenziale, anche in condizioni non di piena massima.
Ricordiamo infatti che il 6 dicembre, così come nel gennaio 2014, in quel tratto del Panaro, anche grazie all'azione di laminazione/tagli della piene della cassa di espansione, il livello del fiume era di oltre un metro sotto la sommità dell'argine, ovvero in una condizione teorica di sicurezza. Elemento che fonderebbe l'ipotesi, già suffragata dalle analisi sulla fallla del 2014, che la rottura del 6 dicembre scorso sia stata provocata dal cedimento e del collasso dell'argine stesso a seguito dell'infiltrazione dell'acqua nella tana di animali. Forse istrici la cui azione è stata documentata ed oggetto di un piano di interventi di cattura programmato dalla regione fino al 2021, attraverso Ispra.

Fatto sta che la stessa serie di eventi storici e recenti, molto simili non solo per collocazione e altezza, ma anche per dinamica, avrebbero dovuto e potuto portare, pur all'interno di un difficile piano di monitoraggio globale delle arginature sulle aste del Panaro e del Secchia, ad una attenzione particolare per quel tratto di fiume. E magari specifica per quelle arginature. Le stesso della rottura del 6 dicembre, dove sul lato destro sono concentrate 4 delle 6 rotte precedenti. Sia in termini preventivi sia di riduzione del danno, ovvero di reazione e di intervento nel momento del cedimento. Per evitare e/o ridurre il peggio. 
Sulle cause e sulle dinamiche della rottura, comprese sulle responsabilità, starebbe indagando la commissione di inchiesta nominata dalla Regione (che nelle prossime settimane, ha annunciato il Presidente Bonaccini rispondendo nei giorni scorsi a La Pressa, dovrebbe fornire le prime risposte), ma è evidente che sia sulla prevenzione del rischio (documentato dai precedenti eventi), sia sui tempi di reazione nel momento in cui la falla si è creata, qualche buco, anche nelle procedure, potrebbe esserci stato. Potrebbe. Non sta a noi certo affermarlo con certezza, ma se è vero, come ha sottolineato anche il capo della Protezione Civile Borrelli nella sua recente visita a Nonantola, che l'intervento di riparazione della falla si è svolto a tempo di record, non si può nascondere o rimuovere pubblicamente il fatto che l'intervento di riparazione (come documentato ampiamente da La Pressa, ma non solo, il giorno stesso del disastro), sarebbe iniziato dopo circa 8 ore dal cedimento. Ore in cui milioni di metri cubi di acqua si sono riversati senza limite nelle campagne di Bagazzano, invadendo, nel giro di poche ore, Nonantola. Con tutte le devastanti conseguenze che ben conosciamo.

Ed è di fronte a queste tempistiche che oltre alle risposte sulle cause della rottura andrebbero ricercate anche quelle sui tempi di reazione del sistema di emergenza e delle azioni che, anche a livello di casse di espansione, potevano o non potevano essere adottate per limitare il flusso di acqua a valle nel momento in cui si era venuti a conoscenza della rottura dell'argine che quell'acqua, dall'alveo del fiume, la stava purtroppo riversando dirottando verso Nonantola. 

Gi.Ga.


In foto, da sinistra, il particolare della mappa storica con il tratto di Navicello del Panaro e, e le indicazioni a freccia dei punti delle rotture storiche e, a destra, l'immagine della rottura del 6 dicembre scorso


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