La Pitonessa Daniela Santanchè alla fine se ne va: dopo l’ennesimo tira-e-molla indecente (per motivi che, ovviamente, restano “trasparenti”), prende le valigie in mano e con il culo dritto finalmente si dimette. E non succede niente, non crolla nulla, anzi: Carlo Nordio è ancora lì, quindi tranquilli è tutto perfettamente stabile. O quasi, eh Giò? Perché il problema non era la poltrona, no: ma quello che la teneva inchiodata, ergo i tacchi restano piantati nello scranno, confitti dentro una parola sola, elastica, immortale: 'rinvio a giudizio' (nel 2025 il Tribunale di Milano l’ha rinviata a giudizio sul capo di falso in bilancio). Una di quelle parole che non finiscono mai, si allungano, si piegano, evaporano: fino a diventare aria. Sopra si cambia faccia, sotto non si muove niente: è la magia della politica italiana, ergo la responsabilità è sempre personale, le conseguenze sempre collettivamente assenti. E così, mentre qualcuno esce di scena “pulito”, il pavimento resta bucato: e noi sotto.
Paride Puglia

