Così l'Europa si avvicina al precipizio della terza guerra mondiale
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Così l'Europa si avvicina al precipizio della terza guerra mondiale

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In questi due anni e mezzo, i capifila del bellicismo euroatlantico USA e Regno Unito si sono trovati in buona compagnia


Così l'Europa si avvicina al precipizio della terza guerra mondiale
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La campagna elettorale per le elezioni europee si avvia stancamente alle sue battute finali senza che gli elettori abbiano capito, per l’ennesima volta, per cosa esattamente andranno a votare: il Parlamento di Strasburgo non ha alcun potere deliberativo, nemmeno quello di eleggere la Commissione, che resta prerogativa dei governi nazionali e delle loro logiche spartitorie. In altri termini, per i prossimi cinque anni la UE continuerà a essere quel costosissimo carrozzone burocratico che è sempre stato e i suoi capi seguiteranno a prendere ordini non dall’organo eletto a suffragio universale ma dalle segrete stanze del potere delle élite europee ed euroatlantiche. Mentre questa parodia della democrazia sta andando nuovamente in scena, icasticamente riassunta nel teatrale invito del generale Vannacci a votare Lega “con la X della decima!”, nell’indifferenza generale questa stessa Europa si avvicina, passo dopo passo, al precipizio della terza guerra mondiale.

Sembra che molti governanti del vecchio continente si siano ormai abituati al folle gioco della “roulette russa” col destino dei propri popoli, del tutto indifferenti che prima o poi il colpo fatale partirà davvero. Dopo aver speso decine di miliardi di euro e armato fino ai denti gli ucraini quasi svuotando gli arsenali nazionali (la repubblica ceca ha trasferito il 60 per cento delle sue armi pesanti, la Norvegia il 53, la Danimarca il 40, l’Olanda il 38, Germania e Regno unito il 25 e la Francia il 22), non intendono rassegnarsi al clamoroso fallimento della loro politica e alla sanguinosissima débacle del regime di Zelensky, e come vecchi bari sul tavolo da poker rilanciano costantemente la posta in gioco. Non sembrando sufficiente proporre l’invio di contingenti armati a spalleggiare il traballante esercito di Kiev, ora si sono spinti fino al punto di dare il via libera all’impiego delle loro armi direttamente sul territorio russo.

Il ministro della difesa tedesca Boris Pistorius preannuncia una guerra con Mosca entro il 2029, ma c’è da temere che le irresponsabili azioni di questi politici la faranno scoppiare molto prima.

Il premier ungherese Viktor Orban ha descritto efficacemente questa Europa come “una locomotiva guidata da un macchinista pazzo”, che “compie ogni giorno un nuovo passo sulla strada verso l’inferno”. Sono due anni che Orban indossa i panni del “grillo parlante” sul conflitto russo-ucraino, mettendosi costantemente di traverso ai numerosi warmongers, al di là e al di qua dell’Atlantico. E’ un ruolo molto pericoloso, come ha ben sperimentato sulla propria pelle il collega slovacco Robert Fico, l’unico leader europeo a condividerne le intransigenti posizioni contro la guerra, e per questo gravemente ferito in un attentato da un sedicente “oppositore politico”.

In questi due anni e mezzo, i capifila del bellicismo euroatlantico USA e Regno Unito si sono trovati in buona compagnia nell’oltrepassare una dopo l’altra parecchie “linee rosse” nell’escalation del conflitto, ma approvare le incursioni in Russia rischia davvero di provocare conseguenze incontrollabili. Da parte loro, gli ucraini non possono mettere a disposizione in questa guerra che hanno perso da tempo nient’altro che nuova “carne da cannone”, attraverso ondate sempre più frequenti di mobilitazione. Il potente capo dell’intelligence ucraina Kirill Budanov - lo stesso che nel giugno dello scorso anno preannunciava trionfalmente che avrebbe trascorso le vacanze estive in Crimea dopo la sconfitta russa nella grande controffensiva estiva – ammette ora che la situazione dell’esercito è “al limite”: “abbiamo usato tutto quello che avevamo”, ha detto, e ora “purtroppo non abbiamo più riserve”. L’ennesimo reclutamento forzoso di queste ultime settimane servirà a rimpiazzare, molto parzialmente, le perdite spaventose fin qui subite e arginare l’avanzata russa ancora per qualche tempo, ma non certo a invertire le sorti del conflitto.

A tenere in piedi la guerra per procura che Kiev sta combattendo per Washington e la NATO in modo sempre più disperato non è però né il numero, né il coraggio dei suoi soldati ma le incessanti forniture finanziarie, belliche e di intelligence fornite dalla NATO, senza le quali il conflitto terminerebbe nell’arco di qualche settimana. Anche i missili Atacams, Scalp, Storm Shadow sarebbero di scarsa utilità se non fossero supportati dagli apparati di ricognizione e di individuazione dei bersagli forniti dagli occidentali. E’ noto che gli aerei americani AWACS e RQ-4B Global Hawk stazionano stabilmente sul Mar Nero per indirizzare i missili sulla Crimea o sul Donbass.

Se fin qui i russi hanno tollerato che gli occidentali usassero queste armi per colpirli in territorio ucraino, hanno fatto sapere che reagirebbero se gli attacchi fossero portati sul suolo nazionale. Putin è intervenuto con toni molto duri per avvertire che la “NATO sta scherzando col fuoco” e che si sta “avviando verso la guerra globale”; e per esplicitare ancor meglio il concetto ha ordinato un’esercitazione con armi nucleari non strategiche in prossimità del confine ucraino. A Mosca si moltiplicano le esortazioni dei “falchi” a dare un clamoroso monito all’occidente sganciando un’arma nucleare “tattica” da qualche parte in Ucraina, ma è improbabile che si arrivi, almeno per ora, a tanto.

Ma cosa succederebbe se dopo l’ennesimo bombardamento di Belgorod o di Kursk con armi e personale forniti dall’occidente la Russia abbattesse per rappresaglia un AWACS o un RQ-4B che volteggia al largo della Crimea? E’ facile ipotizzare l’avvio di una reazione a catena in cui a rimetterci le penne sarebbero per primi, usando le esplicite parole di Putin, quei paesi europei “con un piccolo territorio e un’alta densità di popolazione”.

In controtendenza rispetto ai venti di guerra che soffiano impetuosi a Parigi, a Varsavia e a Londra, in questi ultimi tempi sembrerebbe che nei palazzi del potere di Roma si siano un po' raffreddati gli entusiasmi bellicisti del governo Meloni. E’ plausibile che di fronte alla stanchezza dell’opinione pubblica italiana verso questa guerra e alla mancanza di prospettive di Zelensky, in tempo di elezioni la cosiddetta maggioranza di centro-destra ritenga saggio sfilarsi dal coro dei pasdaran ultratlantici. Fatto sta che anche un falco filoamericano come il ministro degli esteri Antonio Tajani ha ammonito che, al punto in cui siamo arrivati, “basta un piccolo errore per scatenare conseguenze nefaste”, arrivando categoricamente a escludere sia l’uso di armi italiane in territorio russo che l’invio di nostri soldati in Ucraina, in quanto “contrario alla Costituzione” (la quale, per inciso, impedirebbe pure di alimentare un conflitto con miliardi di euro in armi come si è fatto finora, ma è purtroppo ben noto e non da oggi che questi politici applicano o interpretano la Costituzione a giorni alterni e a seconda delle convenienze); pure un altro personaggio molto vicino agli ambienti della NATO e agli interessi dell’industria bellica come il ministro della difesa Ugo Crosetto sembra avere avuto la sua improvvisa illuminazione sulla via di Damasco, e ha ammesso candidamente l’enorme errore di valutazione compiuto da NATO ed Europa nei confronti della Russia: “l’Occidente credeva erroneamente che le sue sanzioni avrebbero fermato l’aggressione russa, ma sovrastimava la sua influenza economica nel mondo”; a questo punto, per Crosetto è necessario porre senza indugio fine alla guerra e aprire trattative di pace, che dovranno comprendere anche “alcuni compromessi”, “con il consenso dell’Ucraina, della Russia e dei paesi che saranno garanti di questi compromessi”. Per farsi prontamente perdonare a Washington e a Bruxelles le improvvide dichiarazioni “pacifiste” di Tajani e Crosetto, in questi giorni il governo ha deciso di spedire a Kiev come cadeau – almeno così si dice perché le forniture belliche italiane agli ucraini sono rigorosamente secretate agli italiani – una nuova batteria antimissile Samp-T dal valore di settecento milioni di euro.

Nel tentativo di uscire dal tunnel cieco in cui ha cacciato il suo paese, ora Zelensky sta provando a giocare l’ennesima carta della propaganda con la Conferenza di pace per l’Ucraina che andrà in scena a Lucerna, in Svizzera, dal 15 al 16 giugno. Concepita lo scorso anno ai tempi della madre di tutte le controffensive che avrebbe dovuto ratificare la vittoria ucraina e la capitolazione russa, l’iniziativa si sta trasformando in un imbarazzante e inutile passerella votata al fallimento prima ancora di cominciare. Anziché adattarla all’attuale contesto politico-militare e dare prova di un briciolo di realismo aprendo finalmente a trattative con la Russia, l’Ucraina tenterà nuovamente a Lucerna d’imporre in modo unilaterale le sue condizioni. E’ probabilmente la prima volta che un paese sconfitto ha la pretesa di far accettare i suoi diktat al paese vincitore, e per di più senza neppure invitarlo al tavolo. Una pretesa francamente surreale, che spiega la notevole freddezza con cui è stata accolta la proposta di Zelensky: dei 160 paesi invitati solo una settantina hanno finora aderito; oltre alla Cina, non andranno a Lucerna paesi del calibro del Brasile, del Sudafrica e dell’Arabia Saudita, ma soprattutto mancheranno in buona parte i rappresentanti del sud globale, sempre più insofferenti di fronte all’agenda e agli interessi di un Occidente in declino.

Giovanni Fantozzi

Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi, giornalista e storico. Si occupa della storia modenese e in particolare del periodo della Seconda Guerra Mondiale e del Dopoguerra. Tra le sue pubblicazioni:
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