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Pronta offensiva russa in primavera: Kiev in ginocchio. Cosa farà la Nato?

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L’unica speranza di sopravvivenza per il regime di Kiev è di trascinare la Nato in un conflitto aperto con la Russia sul suolo ucraino


Pronta offensiva russa in primavera: Kiev in ginocchio. Cosa farà la Nato?
Alla fine del novembre scorso, dopo il successo della controffensiva sul fronte di Kharkov e il ritiro dei russi da Kherson, i palazzi del potere di Kiev sprizzavano euforia da tutti i pori e pregustavano già il sapore di una rapida vittoria. Il viceministro difesa, Volodymyr Havrylov, si era spinto a pronosticare che la Crimea poteva essere riconquistata già entro la fine dell’anno e la guerra concludersi entro la primavera con la completa disfatta dei russi. Se bastasse l’armamentario della propaganda e della retorica a far vincere le guerre non c’è dubbio che Zelensky e i suoi sarebbero già alle porte di Mosca, sfortunatamente per loro, e per i corifei occidentali che li sostengono, il nemico va sconfitto sul campo di battaglia, e su questo terreno la situazione appare molto più complicata di quanto appaia sul Corriere della Sera o su Twitter.

Fin dall’inizio delle operazioni, i russi hanno sempre goduto di una considerevole superiorità in armi e mezzi, e a settembre, con la mobilitazione di circa 350 mila nuove reclute, hanno sanato lo svantaggio numerico che avevano rispetto agli ucraini e che limitava non poco la loro capacità operativa. L’afflusso dei coscritti ha consentito ai russi non solo di consolidare rapidamente il fronte ma di riprendere l’iniziativa delle operazioni sulla prima linea ucraina nel Donbass, e in particolare nel distretto urbano di Bakhmut-Soledar nel territorio di Donetsk. Da circa due mesi, in questo schwerpunkt di poche decine di chilometri quadrati si sta consumando la più sanguinosa carneficina di tutta la guerra con decine di migliaia di morti.

Intorno a queste città si confrontano non solo due eserciti ma anche due opposte strategie del conflitto.

Come già si era visto a Mariupol in aprile, e poi a Severodonetsk-Lysichansk in maggio, i centri urbani vengono trasformati dagli ucraini in fortezze da difendere a oltranza. La parola ritirata non è contemplata nel linguaggio di Zelensky, neppure se ciò può risparmiare la vita di molti soldati e neppure se può essere vantaggioso nell’economia generale di un conflitto lungo e logorante. Il presidente ucraino sta imponendo ai suoi militari di mantenere le posizioni ad ogni costo per ragioni essenzialmente politiche e d’immagine, perché una ritirata smentirebbe clamorosamente tutti i suoi bellicosi proclami di vittoria sbandierati agli alleati, sui social media e nei frequenti collegamenti mondovisione.

Come hanno dimostrato nella ritirata da Kherson lo scorso mese di settembre, spostando rapidamente sulla riva sinistra del Dnepr 40 mila soldati per evitare il rischio di un accerchiamento, in questa guerra i russi stanno dando priorità alla distruzione delle capacità belliche del nemico rispetto al guadagno del territorio, in accordo con le teorie di Helmuth Moltke, capo di stato maggiore dell’esercito prussiano nell’800, secondo le quali “l’obiettivo di qualsiasi operazione non dovrebbe essere il territorio ma l’esercito del nemico; quando l’esercito si esaurirà il territorio verrà da solo”.

Sfruttando a proprio vantaggio la netta superiorità di fuoco, soprattutto d’artiglieria, i russi stanno ora lentamente usurando le formazioni nemiche, costringendole a una guerra di posizione che ha sorprendenti analogie con le battaglie di trincea della prima guerra mondiale; i generali di Kiev devono fare affluire sempre nuove riserve per rimpiazzare le perdite subite nel “tritacarne” del Donbass, sottraendole da altri settori del fronte, ma neppure questo pare sufficiente a reggere alla pressione. Soledar è stata espugnata dai russi il 14 gennaio dopo un assedio durato mesi, ma il governo ucraino per ragioni d’immagine ha continuato a smentire la notizia per oltre una settimana.

Le operazioni militari nel settore di Bakhmut-Soledar sono principalmente condotte dalla compagnia militare privata Wagner, nata una decina di anni fa e comparsa per la prima volta in Donbass nel 2014 a sostegno degli indipendentisti filorussi. Oltre che in Ucraina, oggi è presente in Siria e in molti stati africani, fornendo servizi di addestramento, controterrorismo e consulenza militare. La stessa origine di Wagner, a partire dal nome, è avvolta nel mistero, come non appare tuttora chiaro il suo status giuridico-militare, a metà strada tra una classica PMC (private military company) e un corpo dì élite dell’esercito russo. Di certo, i Wagner non sono una semplice unità di fanteria “mercenaria”, ma un corpo a elevata autonomia operativa che dispone di una panoplia estremamente sofisticata e costosa, compresi aerei e carri armati di ultima generazione.

Qualche scintilla con lo stato maggiore russo e si è notata quando il capo dei Wagner Evgenij Prigožin ha espressamente attribuito ai suoi “musicisti” l’esclusivo merito della conquista di Soledar. Nel maggio scorso, un’analoga sovraesposizione mediatica della milizia cecena Akhmat nella presa di Mariupol è costata a Ramzan Kadyrov un discreto ridimensionamento, per probabile intervento dello stato maggiore russo infastidito dalle sue esternazioni. Difficile che accada lo stesso a Prigožin, non solo per l’amicizia personale che lo lega a Putin, ma anche perché dopo la presa di Soledar i Wagner sembrano mantenere il loro slancio offensivo e continuano ad avanzare lentamente ma con costanza sia a sud che a nord di Bakhmut. Se non intervengono rapidamente fatti nuovi a rompere l’attuale ritmo della battaglia è possibile che la città si venga a trovare in accerchiamento operativo, cioè senza più collegamenti sicuri con le retrovie, entro qualche settimana. All’interno dell’abitato resterebbero intrappolati circa 25 mila soldati ucraini, che non avrebbero altra scelta che arrendersi o combattere fino all’ultimo. La caduta di Bakhmut provocherebbe, per naturale conseguenza, un arretramento del fronte di alcune decine di chilometri sulla seconda linea di difesa ucraina nel Donbass Slavyansk-Kramatorsk-Konstantinovka, con importanti ripercussioni politiche e strategiche sull’intero corso del conflitto.

Lo sgretolamento del fronte non è imminente ma è indubbio che Kiev stia attraversando un momento molto difficile e che la guerra stia entrando in una fase cruciale. A preoccupare i dirigenti di Kiev e la NATO non è solo il deterioramento della situazione nel Donbass, ma soprattutto lo spettro incombente di un’offensiva russa in primavera. Finora questa è una carta che i russi hanno giocato con abilità perché non si sa se e quando comincerà e soprattutto dove sarà diretta: si vocifera che partirà da nord, dalla Bielorussia e punterà a Kiev, c’è invece chi sostiene che avrà come obiettivo l’Ucraina occidentale per interrompere i rifornimenti che transitano dalla Polonia; altri pronosticano che da Kharkov punterà al Donbass e poi al Dnepr. Per quella data si dice che l’esercito di Mosca potrebbe avere a disposizione fino a un milione di uomini. Come effetto immediato, nell’incertezza delle vere intenzioni dei nemici, il governo di Kiev è costretto e disperdere altre forze e mezzi sulla sterminata linea di confine con la Russia e la Bielorussia.

Il giustificato timore per il futuro del conflitto che sta serpeggiando nei piani alti dell’UE e della NATO si riflette bene nel tono delle dichiarazioni del capo del Consiglio europeo Charles Michel, secondo il quale “le prossime due o tre settimane sono decisive per il conflitto in Ucraina e per il nostro futuro”. Gli ha fatto eco il segretario alla difesa americano Lloyd Austin, che ha parlato enfaticamente di “momento decisivo per l’Ucraina e per tutto il mondo”.

La riunione convocata frettolosamente nei giorni scorsi nella base americana di Ramstein per concordare un nuovo, massiccio piano di aiuti bellici e finanziari da parte dei circa 40 paesi che sostengono Kiev, è stata dominata dal drammatico appello del presidente ucraino Zelensky: “servono armi, non c’è più tempo”.

Questi mesi di guerra hanno causato non solo un enorme perdita di vite umane ma anche l’ingente distruzione di armi e di mezzi di ogni genere; dopo aver rapidamente esaurito le proprie dotazioni di epoca sovietica e quelle che gli sono pervenute in questi mesi dai paesi amici dell’ex Patto di Varsavia, Kiev si trova ora a dipendere completamente dalle armi di produzione occidentale. L’annuncio del trasferimento all’Ucraina delle nuove wunderwaffen americane ed europee era immancabilmente accompagnato alla previsione che sarebbero state altrettante gamechanger del conflitto: prima javelin e manpads, poi gli obici M777 e i droni tattici Switchblade, e chi non ricorda i lanciarazzi Himars, presentati sulla nostra stampa come il “nuovo incubo russo”.

Alla prova di un teatro difficile come quello ucraino caratterizzato da un uso intensivo di ogni strumento bellico, la leggenda della superiorità delle armi occidentali si è rivelata par lo più tale: sofisticate e costose, di rapida usura e bisognose di accurata manutenzione, hanno confermato la loro nota dipendenza da una catena logistica estremamente complessa e pletorica, ben riassunta nel rapporto tra truppe combattenti e di supporto nell’esercito americano, che è di 1 a 10. Se si aggiunge poi la congerie di modelli, versioni, calibri, delle armi e dei mezzi inviati in fretta e alla rinfusa dalla quarantina di paesi che sostengono l’Ucraina, si può concludere che non c’è stata e non c’è all’orizzonte alcuna arma miracolosa in grado di rovesciare le sorti sul campo di battaglia.

Inoltre, oltre alle armi servono le munizioni e molti magazzini dei paesi NATO sono ormai vuoti e la produzione non è in grado di soddisfare la domanda se non in misura minima. I russi sparano 60 mila colpi d’artiglieria al giorno, gli ucraini 20 mila, numeri assolutamente incompatibili con le capacità produttive delle aziende occidentali.

Tuttavia, fin che c’è guerra c’è speranza e Kiev ora si aggrappa alle batterie antiaeree Patriot e soprattutto ai carri armati Leopard di produzione tedesca. Gli americani, che rifiutano di inviare i loro carri Abrams ben consapevoli della figura barbina che farebbero nelle gelate steppe ucraine, stanno esercitando enormi pressioni sul governo di Berlino perché si decida a spedire i Leopard in Ucraina. I tedeschi si sono finora opposti, e lo hanno ribadito a Ramstein, in parte per doverosa reminiscenza storica (i Leopard della Bundeswehr dovrebbero attraversare le pianure dell’Ucraina 80 anni dopo i loro progenitori Tiger e Panther con la croce uncinata), ma soprattutto perché qualche politico di laggiù pare finalmente essersi accorto che alcune centinaia di Leopard, entrati peraltro in servizio nel lontano 1979, non sono in grado di fare alcuna differenza ma rappresentano solo il nuovo anello di un’escalation verso l’abisso.

In un momento di schizofrenica sincerità lo stesso Zelensky ha ammesso che “nessun Paese risolve il problema decidendo di darci 10-20-50 carri armati, dal momento che l'esercito russo ha mille carri armati”. Secondo lui, i Leopard servirebbero soprattutto per motivi “psicologici”, “perchè motivano i nostri soldati a combattere per i propri valori”.

Il vero motivo di queste crescenti richieste è dunque un altro: l’unica speranza di sopravvivenza per il regime di Kiev è di trascinare la NATO in un conflitto aperto con la Russia sul suolo ucraino, per questo oggi chiedono i Leopard, domani chiederanno gli F16 e dopodomani i marines. E se questo significherà l’esplosione della terza guerra mondiale, pazienza, tanto loro sono preparati anche a questa evenienza. Il viceministro Havrylov ha candidamente affermato che “un attacco con armi tattiche nucleari non costituisce una minaccia tale da fermare il nostri'.

Giovanni Fantozzi


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Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi, giornalista e storico. Si occupa della storia modenese e in particolare del periodo della Seconda Guerra Mondiale e del Dopoguerra. Tra le sue pubblicazioni:
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