Qualche giorno fa è venuto tristemente a mancare mio nonno… ma non è di questo che voglio parlare. Per quanto doloroso e difficile sia questo momento, sappiamo tutti fin dalla nascita che la morte fa parte della vita e che purtroppo siamo destinati a vedere i nostri cari più anziani andarsene prima di noi. Voglio, invece, parlare della poca umanità riscontrata dinnanzi a questa tragica situazione, un’umanità soffocata e sprofondata negli abissi dell’indifferenza e della paura, un’umanità che, oggi, non è più naturale e spontanea, ma che ha bisogno di chiedere il permesso per tornare a fiorire. Un’umanità alla quale è stato impedito di manifestarsi persino di fronte alla morte.
Già la morte… una fase tragica ma inevitabile della nostra esistenza che in questi ultimi due anni è stata fortemente strumentalizzata e sfruttata (in particolare quella degli anziani) per suscitare nelle persone sentimenti negativi quali paura, senso di colpa e rabbia. La morte, nei confronti della quale molti dichiarano di avere rispetto senza però attribuirle la dignità che merita. Una dignità che è venuta tragicamente a mancare dal momento in cui le severe e talvolta discutibili regole che dall’inizio della pandemia condizionano le nostre vite sono entrate bruscamente anche in quelle situazioni che, a mio parere, dovrebbero essere libere da qualunque condizionamento che potrebbe in un qualche modo violarne la sacralità.
Regole indegne e contradditorie come quella che consente ai familiari di entrare solamente due alla volta nella camera ardente rigorosamente con mascherina e solo dopo aver misurato la temperatura per poter dire addio ad un padre o ad un nonno che non c’è più. Un controsenso assurdo dal momento che ogni giorno frequentiamo luoghi affollati come centri commerciali o mezzi pubblici. Regole che vengono imposte e rispettate pedissequamente e senza compromessi persino davanti al dolore dei familiari.
“Non sono autorizzato” questa è stata la risposta che l’addetto ai controlli davanti alla camera ardente ha rivolto ai miei familiari quando hanno chiesto di consentire a mia nonna di poter abbracciare per l’ultima volta sua marito insieme ai suoi tre figli.
Ma d’altronde questa continua e disperata richiesta di ottenere un permesso permea in ogni ambito della nostra esistenza, demolendo ulteriormente l’interiorità e la coscienza di ciascuno di noi.
So di non essere stata l’unica a dover fare i conti con una situazione del genere e che purtroppo oggi nessuno di noi può dire addio ai suoi cari in modo veramente dignitoso, ma questo non aiuta comunque ad alleviare la mia delusione nei confronti del genere umano che, evidentemente, preferisce subordinare la propria capacità individuale di determinare che cosa è giusto ad una serie di regole dettate da qualcun altro, anche se queste, talvolta, possono ferire i sentimenti delle persone o lederne la dignità.
Sì, perché sarà proprio l’immagine di quell’uomo dai modi bruschi appostato davanti all’ingresso, quasi orgoglioso del suo ruolo di controllore, a rimanere impressa nella mia mente quando ripenserò al funerale di mio nonno. Tuttavia, nonostante il dolore, la delusione e la rabbia che questo ricordo susciterà sempre in me, voglio cogliere l’occasione per fare un umile appello a ciascuno di noi, specialmente a coloro che in questo periodo obbediscono passivamente a qualunque regola venga imposta giusta o sbagliata che sia. Per favore, ricordatevi sempre che la nostra coscienza non ha bisogno di nessun permesso, nessuna autorizzazione, nessun obbligo per potersi esprimere. Essa è libera da qualunque vincolo eccetto i nostri valori personali che la determinano e le danno forma. Forse, solo se ci ricorderemo di questo, potremo recuperare quell’umanità perduta che oramai ci appare come un ricordo lontano e irraggiungibile.
Camilla Dolcini


