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Formazione tecnica che funziona: progettare un piano training per CAD, PDM e simulazione

Formazione tecnica che funziona: progettare un piano training per CAD, PDM e simulazione

Molto spesso il successo non dipende solo dagli strumenti utilizzati, ma soprattutto dalla capacità del team di utilizzarli al massimo delle loro potenzialità


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Investire in software avanzati per la progettazione, la gestione dei dati di prodotto e la simulazione è solo il primo passo per innovare. La vera sfida, per molte aziende manifatturiere, è trasformare questo potenziale tecnologico in un vantaggio competitivo reale.

Molto spesso il successo non dipende solo dagli strumenti utilizzati, ma soprattutto dalla capacità del team di utilizzarli al massimo delle loro potenzialità. Per colmare questo gap, è fondamentale un piano di formazione tecnica strategico e continuo. Partner strategici come Nuovamacut sanno bene che fornire soluzioni come SolidWorks o la piattaforma 3DEXPERIENCE® significa anche costruire le competenze necessarie per sfruttarle al meglio.

Un programma di training efficace dev’essere un processo strategico che parte dall’analisi, si sviluppa con metodi mirati e si misura con indicatori di business concreti. Vediamo quindi come progettarlo passo dopo passo.

Analisi del gap di competenze

Il punto di partenza di ogni piano formativo è una domanda semplice: di quali competenze abbiamo bisogno e quali possediamo già? L’analisi delle competenze è il processo diagnostico che confronta le abilità attuali del team tecnico con quelle necessarie per raggiungere gli obiettivi aziendali.
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Ad esempio, se l’obiettivo è ridurre i cicli di prototipazione fisica, il team avrà bisogno di competenze avanzate nella simulazione virtuale.

Questa analisi deve essere un processo reale che rispecchi l’operatività e le condizioni attuali di produzione, e non deve fermarsi a una fase astratta e puramente teorica.. Si tratta, nella pratica, di osservare i flussi di lavoro, intervistare i progettisti e i manager, e identificare le aree in cui l’insicurezza o la mancanza di conoscenze specifiche rallentano i processi o generano errori. L’introduzione di un sistema PDM, ad esempio, richiede sia la capacità di usarne le funzioni, sia un cambio di mentalità verso la gestione organica dei dati e delle revisioni.

Skill matrix, obiettivi e KPI didattici

Per rendere l’analisi del gap concreta, uno strumento fondamentale è la skill matrix, o matrice delle competenze. Si tratta di una tabella che incrocia i nomi dei membri del team con le competenze tecniche richieste, come la modellazione di assiemi complessi, l’analisi a elementi finiti o la gestione dei processi di approvazione. Consiste nell’assegnare un livello di padronanza per ogni competenza (es. base, intermedio, avanzato), così da ottenere una mappa visiva immediata dei punti di forza e delle aree di miglioramento, sia a livello individuale che di team.

Da questa mappa si derivano poi gli obiettivi formativi, che devono essere specifici e misurabili.
Ad esempio, un obiettivo vago come “migliorare l’uso del CAD” è inutile. Un obiettivo efficace è invece “ridurre del 20% il tempo medio per la creazione di tavole tecniche complesse, entro sei mesi”.

A questi obiettivi si associano quindi i KPI didattici, ovvero gli indicatori che misurano il successo della formazione: tra questi ci possono essere il superamento di un test di valutazione, il completamento di un progetto campione entro determinati parametri, o l’ottenimento di una certificazione ufficiale.

Metodi e formati: aula, blended, on-the-job

Una volta definiti gli obiettivi, bisogna scegliere come raggiungerli, e non esiste un formato unico che vada bene per tutti: la soluzione migliore, spesso, è un mix di approcci diversi. Prima di tutto, la formazione in aula, virtuale o in presenza, rimane un pilastro per apprendere i concetti fondamentali e soprattutto per favorire l’interazione diretta con un docente esperto.

In aggiunta, l’approccio blended sta diventando sempre più comune, poiché combina la flessibilità dell’e-learning con l’efficacia delle sessioni guidate. Ad esempio, un progettista potrebbe seguire un corso online sui fondamentali della simulazione, per poi partecipare a un workshop pratico, in cui applicare le conoscenze a un caso studio reale della propria azienda.

Infine, la formazione on-the-job è insostituibile: in questa fase si applicano le nuove competenze a progetti reali, con l’affiancamento di un collega senior o di un tutor, in modo da consolidare l’apprendimento attraverso la pratica.

Microlearning, coaching, certificazioni

All’interno di questi formati, alcune tecniche specifiche possono accelerare ulteriormente l’apprendimento.

Il microlearning è la pratica di suddividere argomenti complessi in piccole “pillole” formative, come video di pochi minuti o brevi guide su un argomento molto specifico. Questo approccio è perfetto per ridurre il carico di studio, per spiegare concetti molto specifici e tecnici, o per un ripasso veloce. Ad esempio, immaginiamo un progettista che ha bisogno di un promemoria su come usare la funzione di saldatura in SolidWorks: in questo caso un breve video tutorial è molto più efficace che sfogliare un manuale completo.

Il coaching e il mentoring permettono di affiancare un esperto del settore ad una risorsa da formare. In questo modo si favorisce l’insegnamento diretto ed il trasferimento di conoscenze pratiche, che nessun corso può insegnare.

Infine, le certificazioni ufficiali rappresentano un traguardo importante. Servono a convalidare le competenze acquisite secondo uno standard riconosciuto dal settore, e aumentano anche la motivazione dei collaboratori e la loro fiducia nelle proprie capacità.

Programmare upskilling continuo e onboarding

Come dicevamo, la formazione non si esaurisce con un corso, e deve essere un processo costante e trasversale all’azienda. Le tecnologie evolvono rapidamente e le sfide di mercato cambiano col tempo: per questo è cruciale integrare la formazione in un processo di upskilling continuo. Questo significa pianificare sessioni periodiche di aggiornamento sulle nuove release del software o su metodologie di lavoro emergenti, in modo da mantenere il team sempre preparato e formato.

Parallelamente, è fondamentale avere un piano di onboarding strutturato per i nuovi assunti, così da fornire loro tutto il know-how necessario per lavorare in modo coerente e omogeneo con il team. Ad esempio, un neo-progettista deve comprendere le procedure aziendali, le convenzioni di denominazione dei file, i processi di revisione ed i flussi di lavoro del PDM, e queste informazioni andrebbero fornite all’interno di un percorso di inserimento ben progettato.

Percorsi per ruoli: designer, analista, CAD admin

Per essere efficace, un piano di formazione deve essere personalizzato. Le esigenze di un progettista meccanico sono chiaramente diverse da quelle di un analista di simulazione o di un amministratore di sistema. È quindi necessario definire percorsi formativi specifici per ruolo.

Un designer si concentrerà sulla modellazione avanzata, sulla gestione degli assiemi e sulle funzionalità del PDM per la collaborazione.

Un analista avrà bisogno di una formazione approfondita e specifica sugli strumenti di simulazione come SIMULIA, per condurre analisi strutturali, fluidodinamiche o termiche.

Infine, un CAD admin dovrà focalizzarsi sulla gestione del sistema, la personalizzazione degli ambienti, la creazione di workflow e la manutenzione del database del PDM.

Misurare l’impatto: tempi, errori, qualità

Come facciamo a sapere se l’investimento in formazione sta dando i suoi frutti? La risposta è data dall’impatto misurabile sul business. È quindi fondamentale tracciare alcuni indicatori di performance chiave (KPI), da misurare prima e dopo il ciclo formativo.

I parametri più importanti da monitorare sono la riduzione dei tempi di progettazione, la diminuzione del numero di errori che arrivano dalla prototipazione, e l’aumento della qualità e dell’innovazione del prodotto.

Se il team impara a usare la simulazione in fase preliminare, ad esempio, si dovrebbero vedere meno modifiche costose nelle fasi finali del progetto. Se il PDM viene usato correttamente, il tempo perso a cercare file o a lavorare su revisioni sbagliate dovrebbe diminuire in maniera sensibile, e così via. E’ importante definire a priori le metriche da analizzare e che queste siano misurabili in maniera chiara e univoca.

Dashboard e retrospettive trimestrali

Per tenere sotto controllo questi indicatori, è utile avere una dashboard semplice e condivisa che visualizzi i progressi. Questo strumento rende visibile il valore della formazione, permette di analizzare i progressi ed eventuali aree su cui intervenire con delle correzioni, e consente di valutare il ROI della formazione.

Ovviamente, accanto al monitoraggio dei dati, è essenziale organizzare retrospettive trimestrali.

Di cosa si tratta, in termini pratici? Sono incontri periodici con il team e con i responsabili della formazione per discutere cosa ha funzionato, i progressi ottenuti, quali difficoltà sono emerse, e come migliorare ed adattare il piano formativo per il trimestre successivo. Questo approccio garantisce che la formazione rimanga sempre allineata alle esigenze reali dell’azienda, e che tutti i partecipanti siano aggiornati sui progressi e sulla pianificazione.

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