Nell’omelia del giovedì santo Papa Leone XIV ha ricordato che “stiamo vivendo un’ora oscura della storia”, caratterizzata da guerre e destabilizzazione globale, in cui gli equilibri del mondo sono definitivamente saltati per fare posto all’epoca del caos.
L’aggressione di USA e Israele contro l’Iran può essere considerata il momento definitivo d’ingresso in questa nuova era, preceduto da un crescendo di colpi di mano e di atti unilaterali di forza della presidenza di Donald Trump. In poco più di un anno, Trump ha bombardato sette paesi, rapito il presidente del Venezuela e sua moglie, insultato metà dei leader mondiali e tutte le istituzioni internazionali, imposto un blocco navale su Cuba, e pure minacciato d’invadere militarmente la Groenlandia, che fa parte della Danimarca, paese della NATO e alleato degli USA. L’esercizio della forza bellica è stato da lui riproposto nella sua forma più rozza e primitiva di risoluzione delle controversie internazionali; da extrema ratio la guerra è ritornata a essere pura e semplice affermazione di dominio, senza nessun aggiustamento cosmetico o ricerca di giustificazioni ideali. A differenza dei suoi predecessori, il presidente di Mar a Lago non fa più alcun distinguo, neppure formale, tra dittature o democrazie, gli basta che i governanti gli siano ossequienti.
Sembrano lontanissimi i tempi in cui gli USA si sforzavano di abbellire le invasioni di altri paesi, presentandole come crociate per l’esportazione di libertà e democrazia: all’operazione in Afghanistan nel 2001 diedero il nome di Enduring Freedom, a quella in Iraq nel 2003 Iraqi Freedom. Nel 2003, il segretario di Stato Colin Powell esibì una provetta di antrace per dimostrare al consiglio di sicurezza dell’ONU il possesso da parte del dittatore iracheno Saddam Hussein di armi di distruzione di massa. La provetta era falsa e il vero scopo della campagna era quello di mettere le mani sui campi di petrolio iracheni, ma con quella patetica esibizione gli americani cercavano almeno di dare una parvenza di legalità e ottenere legittimazione internazionale all’intervento militare. Abbandonato ogni infingimento ipocrita, l’attacco all’Iran porta ora il nome evocativo di Epic Fury, Furia Epica. Furia contro il principale nemico di Israele in Medio Oriente e furia di impadronirsi di una delle principali riserve di petrolio al mondo.La volontà di potenza e l’ego fuori controllo di Trump deve però fare i conti con un grande limite: dopo le disastrose esperienze afghane e irachene, gli USA non possono più permettersi di ingaggiare truppe in combattimenti sanguinosi e prolungati.
L’Iran sembrava incarnare la vittima perfetta. Senza aviazione e senza un’efficace protezione antiaerea, l’attacco congiunto israelo-americano in pochi giorni avrebbe sepolto il regime degli ayatollah sotto un’immane montagna di macerie. Il copione scritto a tavolino a Washington e Tel Aviv prevedeva che ai bombardamenti massici sulle principali infrastrutture militari dell’Iran e agli omicidi mirati della guida spirituale Ali Khamenei, e degli altri vertici decisionali, avrebbe fatto seguito una rivolta popolare, con il conseguente collasso dello stato. I primi scoppi delle bombe a Teheran lo scorso 28 febbraio sono stati accompagnati da roboanti incitamenti agli iraniani a insorgere (“Prendete in mano il vostro destino”, “Scendete in piazza e ribellatevi”). Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha battezzato l’intera operazione Roaring Lion, “Il ruggito del Leone”, con evidente allusione al simbolo che campeggiava sulla bandiera iraniana al tempo dello Scià Reza Pahlevi, mai dimenticato amico d’Israele, e il cui figlio Reza Ciro, da tempo scalpita da Washington per rientrare in Iran sulla punta delle baionette a stelle e strisce e dare vita a un governo “collaborazionista”.
Il regime change, fondamentale obiettivo di Epic Fury, è miserevolmente fallito già nei primi giorni di guerra.
L’illusione di un cedimento interno della repubblica islamica è svanita rapidamente insieme a quella di un rapido annichilimento dell’apparato militare di Teheran e delle sue capacità di risposta. Un mese di conflitto ha dimostrato non solo che il sistema politico e militare iraniano è saldo ma che è in grado anche di rispondere colpo su colpo, come confermano le salve quotidiane di missili e droni che piovono su Israele e sui paesi del Golfo Persico alleati degli USA. A ciò si è aggiunto il blocco del traffico petrolifero nel Golfo Persico verso tutti i paesi ostili all’Iran.
In poche settimane è stato messo a nudo il bluff orchestrato da Trump e l’incredibile mancanza di una strategia complessiva sugli obiettivi del conflitto. Non essendo stati in grado di schiacciare l’avversario, USA e Israele si trovano adesso impantanati in una guerra che non possono vincere sul campo, almeno con armi convenzionali. E la totale confusione che regna a Washington su una possibile exit strategy dal conflitto si deduce anche dalle quotidiane esternazioni erratiche dell’uomo più potente della terra, in cui dice tutto e il contrario di tutto. Annaspando alla ricerca di una plausibile via di fuga, inventa fantomatiche trattative con Tehran, anticipando accordi scritti solo nella sua fantasia e mescolandoli ad apocalittiche minacce, l’ultima delle quali è quella di riportare l’Iran “all’età della pietra”. I post che Trump pubblica su Truth si sono fatti talmente confusi e contraddittori, che alla fine il lettore riesce a comprendere solo l’immancabile chiusa Thank you for your attention to this matter.
Purtroppo, nell’equipaggio di Trump alla Casa Bianca non ci sono molti personaggi più equilibrati di lui. Sulla sua nave al contrario sembrano essersi imbarcati veri e propri sociopatici, come il segretario alla guerra Pete Hegseth, che davanti al Congresso ha motivato lo stanziamento aggiuntivo “monstre” di 200 miliardi di dollari, con la ragione che “per uccidere i cattivi occorrono soldi”. Costui presiede alla Casa Bianca riti evangelici pregando “che ogni proiettile colpisca il bersaglio contro i nemici della giustizia e della nostra grande nazione”. Il fondamentalismo paranoico di certe frange protestanti americane ben rappresentate da Hegseth, si è sposato, in una miscela esplosiva, con il fanatismo ebraico sionista di Netanyahu e del suo ministro Ben-Gvir, che predica la grande Israele dal Mediterraneo all’Eufrate, e che non si fa alcuno scrupolo nell’affermare apertamente che per gli arabi in quei territori non c’è posto e che devono andarsene, con le buone e con le cattive, preferibilmente con le cattive. Il loro manifesto politico si esemblifica nel deserto di Gaza e nella recente legge approvata dalla Knesset, che prevede la pena di morte per i soli palestinesi che commettano reati di terrorismo. A tanto è arrivata quella che si definisce “la sola democrazia del Medio Oriente”.
Da questo preoccupante marasma generale si è finora dissociato coraggiosamente il solo John Kent, capo del centro antiterrorismo USA, che si è dimesso dall’incarico affermando di “non potere in buona coscienza sostenere la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa della pressione di Israele e della sua potente lobby in America”. E a proposito di chi sostiene davvero il terrorismo, ha aggiunto che gli americani hanno a suo tempo sostenuto l’ISIS e Al Queda per rovesciare Assad e tutelare gli interessi di Israele.
Anche la base MAGA, che aveva creduto alle promesse di Trump sull’America first e sulla fine delle guerre USA in giro per il mondo, è in rivolta contro il suo capo; uno degli esponenti più conosciuti di questo mondo, il giornalista Tucker Carlson, non solo ha definito l’attacco all’Iran “disgustoso e malvagio”, ma si è spinto a sostenere che “l’impero americano sta morendo, e questa guerra accelererà solo la sua fine, insieme a quella dell’impero israeliano”.
Se non sappiamo ancora quanto durerà il conflitto, sappiamo con certezza che ancora una volta sarà l’Europa a pagarne il prezzo economico e sociale più alto. Dopo aver tagliato volontariamente i ponti dalle fonti energetiche russe ed essersi legata mani e piedi al gas americano e dei paesi del Golfo, per la seconda volta in quattro anni l’Europa sta ripiombando in una gravissima crisi energetica. Inoltre, adesso Trump minaccia apertamente di uscire dalla NATO e pretende pure che siano i paesi del vecchio continente a mandare i loro soldati a morire per lo stretto di Hormuz bloccato dall’Iran. E come degno premio al servilismo manifestato verso Washington nei lunghi anni della guerra in Ucraina, Trump ha aggiunto che si fida del presidente russo Putin “più di qualsiasi alleato europeo degli Stati Uniti”.
Purtroppo, neppure la guerra in Iran e le sferzate politiche e verbali di Trump all’UE sembrano in grado di scuotere una classe dirigente paralizzata dall’incapacità e dall’ignavia. In questa età del caos, alla povera Europa occorrerebbero ben altri leader per salvaguardarne gli interessi economici e geostrategici e per staccarla dall’anacronistica sudditanza agli USA. Dopo aver sgomitato sulla scena internazionale per accreditarsi come la preferita di Trump in Europa, “furbizia” Giorgia Meloni troppo poco e troppo tardi sta realizzando che gli endorsement del tycoon (“l’Italia cerca sempre di offrire aiuto. Giorgia è un’ottima leader”) rischiano ora di trasformarsi per lei nell’abbraccio della morte. Nella sconfitta al referendum, che l’hanno resa un’anatra zoppa, alla fine si è rivelato decisivo l’”effetto Trump”, così come in vista delle elezioni politiche del prossimo anno rischiano di avere conseguenze deleterie le molte “tasse Trump” che gli italiani stanno già pagando, e ancor più saranno costretti a pagare, nei prossimi mesi. Anche se i paragoni con il Craxi del 1985 sono da ridere, adesso la Meloni prova a porre rimedio come può gonfiando i muscoli e proibendo agli aerei americani di usare Sigonella come trampolino per i bombardamenti sull’Iran. Troppo poco e troppo tardi.
Giovanni Fantozzi
Foto Governo Italiano
(1).jpg)


