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Covid: un nuovo modello sociale ed economico

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Steve Jobs: 'Assumere persone intelligenti e dar loro degli ordini non ha alcun senso. Noi assumiamo persone intelligenti affinché siano loro a dirci cosa fare'


Covid: un nuovo modello sociale ed economico

A marzo del 2021, vale a dire tra circa due mesi, festeggeremo il primo anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria da Covid-19. Mai avremmo immaginato di sentir menzionare ogni giorno, nella vita reale, un termine così fonosimbolico, fino ad ora relegato nei film catastrofici americani, come “pandemia”: diffusione rapida, attraverso vastissimi territori o continenti, di una malattia contagiosa.

In realtà non abbiamo nulla da festeggiare. Ci ha provato il nostro governo, tra l’altro con un sospetto e poco comprensibile anticipo rispetto alla seconda ondata del contagio, dopo la pausa estiva, a settembre.

L’anno appena trascorso

I nostri ministri, infatti, ebbri di un “celebrato successo riconosciuto a livello mondiale”, per l’efficace gestione della prima ondata, hanno colto l’occasione per fare un po’ di propaganda politica, con addirittura l’improbabile uscita di un libro, autore il ministro della sanità Roberto Speranza, dal pomposo titolo “Perché guariremo”.

Libro immediatamente ritirato dalle librerie alla ripresa dei contagi, ma acquistabile su Amazon.

La seconda ondata, tra l’altro prevista ma non gestita, ci ha messo di fronte in modo indiscutibile, ed implacabile, della certa incapacità del nostro attuale sistema sanitario, sociale ed economico, nell’affrontare crisi sociali di lunga durata, ma soprattutto che colpiscono l’intero territorio.

La politica, come sempre, ci ha messo del suo, innanzitutto vantando un piano pandemico inesistente, redatto in modo formale solo perché richiesto dall’OMS, la quale, oltretutto, ha evidenziato l’assoluta inutilità del suo ruolo di gestore delle crisi sanitarie a livello mondiale.

Se un piano pandemico fosse esistito veramente, significa che negli anni precedenti, avremmo dovuto realizzare investimenti strutturali, infrastrutturali e organizzativi per gestire, secondo protocolli predefiniti, conosciuti e condivisi, sia dalla popolazione che soprattutto dal personale sanitario, una crisi sanitaria che invece abbiamo gestito in modo improvvisato.

Mettendo oltretutto in difficoltà il personale sanitario delle strutture ospedaliere dell’intero Paese, ai quali, a differenza dei nostri amministratori, va il nostro assoluto ringraziamento.

Ciò che ci rimarrà impresso nella memoria di questo primo anno di convivenza con il virus, è il debordante ed inutile chiacchiericcio massmediatico di alcuni politici, ma su questo non avevamo dubbi, sull’uso indiscriminato dell’emergenza per raccattare qualche voto in più tra il popolo degli arrabbiati, giusto per non usare, nel politically correct, altri termini che potrebbero risultare offensivi. Se dalla parte della politica non potevamo aspettarci comportamenti seri e responsabili, ciò che ha colpito gli italiani sono stati i contrasti, i litigi, le contraddizioni degli addetti ai lavori. Alcuni dei quali era evidente che avevano la necessità di utilizzare questo momento di esposizione mediatica per ottenere visibilità, consenso, notorietà. Perché è risaputo che la notorietà porta soldi e potere. Nascerà un partito di epidemiologi, virologi ed infettivologi? Speriamo di no.

Il 2020 è stato pertanto un anno particolare, giusto per usare un termine neutrale, perché sono certo che ci verrebbero in mente altre espressioni per definirlo.

Un anno difficile ma portatore di novità

La pandemia, con le restrizioni che ci ha imposto, ci ha probabilmente insegnato anche delle cose. Ci ha messo di fronte alle nostre fragilità, in modo chiaro ed inequivocabile. Le fragilità di una generazione che pensa di avere sotto controllo ogni cosa, razionale ed emotiva. Ha messo in evidenza quali sono le priorità nella vita di ognuno di noi: la famiglia, le amicizie, il lavoro, il futuro. Nella lingua italiana ci sono due sostantivi a cui dobbiamo dare particolare importanza per guardare al futuro in modo nuovo, rinnovato: affidabilità e resilienza.

Affidabilità e resilienza

L’affidabilità nelle persone ha un significato molto ampio, che va dagli aspetti pratici, di organizzazione della nostra quotidianità, fino a toccare aspetti più intimistici, fatti di ascolto, di considerazione, di presenza, di aiuto, di rispetto. Ed è un sostantivo, che quando diventa aggettivo, dobbiamo saperlo accostare ai nomi delle persone che scegliamo come nostri rappresentanti, come nostri amministratori.

La resilienza esprime invece la capacità di ognuno di noi di fare fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.

Soltanto dall’unione di questi due sostantivi possiamo essere in grado di ridefinire, negli anni, un nuovo modello sociale ed economico, che non tenga solo conto del profitto ad ogni costo, e di interessi individualistici.

Un nuovo modello economico?

Alcuni economisti ritengono che nel XX secolo, l’affermarsi del modello economico neoclassico, quello teorizzato dagli americani Solow e Samuelson, tanto per intenderci, che ritenevano il libero mercato in grado di riequilibrare domanda ed offerta - in assoluto contrasto con le teorie della scuola keynesiana dell’Università di Cambridge (nel Regno Unito) - sia stata un’occasione perduta. Il contrasto politico ed ideologico affermatosi poi nei due “blocchi” russo (comunista) e americano (liberista), ha poi messo da parte in modo definitivo le teorie di Keynes, che invece, a quanto pare, stanno evidenziando tutta la loro efficacia in questo periodo di crisi economica.

La teoria keynesiana, se vogliamo sintetizzarla, si può esprimere così: “qualora la domanda aggregata fosse insufficiente a garantire la piena occupazione, secondo Keynes, vi sarebbe la necessità di un intervento pubblico statale a sostegno della domanda, nella consapevolezza che il prezzo da pagare sarebbe un'eccessiva disoccupazione nei periodi di crisi, in quanto, quando la domanda diminuisce, è assai probabile che le reazioni degli operatori economici al calo della domanda producano le condizioni per ulteriori diminuzioni della domanda aggregata. Per questo vi sarebbe la necessità di un intervento da parte dello Stato per incrementare la domanda globale anche in condizioni di deficit pubblico (deficit spending), che a sua volta determinerebbe un aumento dei consumi, degli investimenti e dell'occupazione, dunque crescita economica”.

Ed è questo il punto cardine della teoria keynesiana: l’intervento dello Stato. Che è quanto sta avvenendo in questi mesi a causa della pandemia. Se non ci fosse lo Stato, o meglio un organismo sovranazionale, quale la UE, che ha messo in atto operazioni finanziarie straordinarie di grande portata, fregandosene di debito pubblico e deficit, - come suggeriva Keynes - come ne saremmo usciti? Dobbiamo tornare a studiarci le cause e gli effetti della crisi del ’29 per ricordarci come andarono le cose a livello economico e sociale in quegli anni? No, non ce n’è bisogno. La risposta la conosciamo tutti, o quasi: ne saremmo usciti male, molto male.

Se, come previsto da alcuni dei più importanti osservatori economici internazionali, nel 2021 è molto probabile – se non certo - che ci sia una ripresa dell’economia, dei consumi e dell’occupazione, grazie all’”effetto elastico” tanto caro agli economisti, è proprio grazie alla presenza massiva dello Stato nel sostenere le attività economiche e le famiglie in questo periodo di crisi. Il mercato non sarebbe stato in grado di finanziare la ripresa, anzi, se ne sarebbe fuggito a gambe levate in qualche paradiso fiscale. E questo va ricordato ai sostenitori del neoclassicismo economico.

Il nuovo modello economico, e sociale, da ridefinire, non ha bisogno di essere riscritto da capo. Basta guardare alle teorie di sociologi ed economisti del passato. Ne è una prova il ritorno del pensiero keynesiano all’interno dei principali sostenitori delle attuali politiche dell’UE: Italia, Francia e Germania. Anche se non dichiarato formalmente.

Il futuro potrebbe essere pieno di buone cose. Occorre però riprendere le parole di Steve Jobs: “assumere persone intelligenti e dare loro degli ordini non ha alcun senso. Noi assumiamo persone intelligenti affinché siano loro a dirci cosa fare”. Bisogna affidarsi a persone intelligenti, capaci di ricostruire il futuro guardando al benessere dei cittadini, e non ai meri e patetici interessi personali. Ma occorre riscrivere le regole di una società democratica e moderna, che sia in grado di proteggersi dalle interferenze degli incapaci e degli approfittatori.

Andrea Lodi



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Andrea Lodi

Vivo a San Prospero, in provincia di Modena. Sono aziendalista, specializzato in Pianificazione Strategica. Giornalista economico, da gennaio 2009 curo “Economix“, la rubrica ..   Continua >>



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