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Ecuador: cosa sta succedendo e come si è arrivati a questo punto

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Le scellerate politiche neoliberali del presidente Lenin Moreno stanno mettendo in ginocchio il paese


Ecuador: cosa sta succedendo e come si è arrivati a questo punto

Sono passati 8 giorni da quando la la Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador (CONAIE) e il Fronte Unitario dei Lavoratori (FUT, hanno dichiarato il “Paro Nacional”, letteralmente uno sciopero generale a livello nazionale. Per capire come si è arrivati a questa situazione, occorre innanzitutto precisare che non si tratta di un fulmine a ciel sereno. La decisione non è altro che la reazione della popolazione, e delle Nazioni Indigene in particolare, agli ultimi provvedimenti in campo economico presi dal Presidente Lenin Moreno (nella foto). La manovra, anche ribattezzata “paquetazo”, si articola in diversi punti, tra i quali troviamo:
- la eliminazione dei sussidi statali per il carburante (Decreto 883 e di gran lunga la misura più impopolare),
- la riduzione dei giorni di ferie per gli impiegati pubblici, che da 30 verranno dimezzati e passeranno a 15
- l’abbassamento delle imposte sui veicoli di prezzo inferiore a 32.000 dollari
- la riduzione del 20% di stipendio ai contratti occasionali.
Dietro questo pacchetto di misure, si cela l’ombra del Fondo Monetario Internazionale: le azioni del governo rispondono infatti a linee guida ben chiare che il FMI ritiene imprescindibili per procedere ad investire i 4 miliardi promessi a Moreno nel paese.

La risposta della popolazione non si è fatta attendere e si sono registrate centinaia di manifestazioni in tutte le principali città, con picchi a Quito e Guayaquil (città nella quale Moreno ha deciso di trasferire temporaneamente la sede del governo). In particolare, i manifestanti hanno preso di mira le vie di comunicazione, bloccando molte strade e ostruendo una parte dell’autostrada di Quito, punto nevralgico e crocevia fondamentale per la circolazione della capitale.

Se, da una parte, la rivolta si sta sviluppando in maniera assolutamente pacifica, dall’altra la reazione del governo di Lenin Moreno non può certo essere definita nello stesso modo. Il Presidente ha infatti chiesto (ed ottenuto) lo stato d’emergenza: l’esercito e le forze dell’ordine sono quindi scesi per le strade per contrastare i manifestati e, come si può immaginare, non sono mancati gli scontri. Ai cori di protesta e alle marce, l’esercito ha reagito con bombe lacrimogene e repressione, ignorando che il diritto alla resistenza è garantito dalla Costituzione. Secondo fonti governative, le persone imprigionate sono circa 400, centinaia sono invece i feriti, vittima di colpi di arma da fuoco e dell’impatto con i lacrimogeni. Si registrano anche dei morti (in circostanze ancora da verificare).

Di fronte a questo scempio, il Ministro della Difesa Oswaldo Jarrín ha dichiarato che “il popolo non deve sfidare le forze armate”. Successivamente, ha poi aggiunto che lo “stato di emergenza” resterà in vigore per 60 giorni al fine di ripristinare l’ordine pubblico, senza escludere però una proroga, nel caso la situazione non dovesse migliorare. Infine, interrogato sulla possibilità che le proteste modifichino in qualche modo le misure economiche, ha ribadito che esse dovrebbero essere approvate presto dall’Assemblea Nazionale.

Il quadro appena descritto potrebbe apparire ad un osservatore esterno come un singolo episodio, uno sporadico tentativo – nemmeno troppo celato – da parte del governo per favorire l’entrata di capitali esteri nel paese alle spese della popolazione. Tuttavia, questo tipo di analisi non tiene conto del fatto che la politica neoliberale dell’Ecuador va avanti ormai da anni; è sempre stato facile per le multinazionali ottenere permessi per estrarre risorse naturali (spesso in territorio indigeno), e anche il precedente governo di Rafael Correa ha più volte strizzato l’occhio a grossi capitali provenienti dall’estero. Il paese che vediamo oggi è quindi il risultato finale di queste politiche, e la gente che protesta per le strade non chiede altro se non di essere rimessa al centro del progetto governativo.

Francesco Maria Cricchio



Redazione La Pressa
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