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Le due sfide colossali che attendono Boris Johnson

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Il nuovo, egocentrico e ambizioso primo ministro britannico si trova di fronte a due sfide colossali: la Brexit e la crisi con l'Iran nel golfo Persico


Le due sfide colossali che attendono Boris Johnson

Boris Johnson è stato nominato leader del partito conservatore britannico e domani subentrerà ufficialmente a Theresa May nel ruolo di primo ministro del governo di Sua Maestà. Così ha deciso la maggioranza degli iscritti del partito conservatore, ai quali è spettato il compito di decidere il nome del nuovo inquilino del numero 10 di Downing Street.

La vittoria di Johnson è tutto meno che una sorpresa. Per almeno un anno – esattamente da quando si dimise da ministro degli esteri nel luglio 2018 – Johnson è stato accreditato dagli osservatori come successore di Theresa May e infine così è stato. I risultati delle urne hanno visto Johnson surclassare il suo rivale, il ministro degli esteri Jeremy Hunt.

Il nuovo, egocentrico e ambizioso primo ministro britannico si trova di fronte a due sfide colossali: la Brexit e la crisi con l'Iran nel golfo Persico.

Sulla Brexit, probabilmente, Johnson si giocherà il successo della sua carriera politica. Il compito a cui egli è chiamato è arduo a dir poco. Dovrà avere successo in tre mesi laddove May, dopo oltre due anni di tentativi, ha fallito, ovvero far uscire il Regno Unito dall'Unione Europea. Pena un rapido declino della sua carriera politica. Il premier ha dichiarato il mese scorso che rinviare nuovamente la Brexit – la cui scadenza è il 31 ottobre 2019 – sarebbe una sconfitta. Si tratta di una questione di vita o di morte, per lui ma anche per il partito conservatore, dilaniato dalle correnti interne che non riescono a trovare una quadra sulla questione europea.

Per far uscire il paese dall'Ue entro la data prestabilita così da evitare ulteriori rinvii Johnson sembra non escludere la possibilità di una no deal Brexit, cioè un'uscita senza accordo. Un incubo per le imprese che operano in Gran Bretagna e uno scenario che non tutti nel partito conservatore sono disposti ad accettare. Il ministro delle finanze Philip Hammond e quello della giustizia David Gauke hanno già manifestato pubblicamente l'intenzione di dimettersi perché non sono disposti a lavorare con Johnson.

Sulla Brexit il primo ministro sembra costretto a scendere a patti con le varie anime del suo partito anche perché la maggioranza su cui i tories possono contare alla Camera dei Comuni è risicata per usare un eufemismo.

La crisi con l'Iran è una vicenda molto delicata in quanto va a toccare lo status internazionale del Regno Unito e si inserisce in un contesto di perdurante tensione che coinvolge anche gli Stati Uniti e i loro alleati nella regione, ovvero Arabia Saudita ed Israele. Il sequestro della petroliera britannica Stena Impero, eseguito dai pasdaran iraniani la scorsa settimana mentre la nave transitava per lo stretto di Hormuz, è, secondo la versione ufficiale, una ritorsione per il sequestro della petroliera iraniana Grace 1 avvenuto a Gibilterra a inizio mese per decisione delle autorità britanniche.

L'unico elemento di certezza di questa guerra diplomatica delle petroliere è che la Gran Bretagna è stata trascinata nella calda arena del golfo Persico dove l'Iran è praticamente solo contro tutti.

Come si approccerà Boris Johnson alla crisi con l'Iran? Cercherà di formare un asse con Donald Trump – il quale ha già dichiarato pubblicamente di sostenerlo – oppure prenderà le distanze da quest'ultimo escludendo con forza qualsiasi opzione militare e cercando di creare un'asse con i partner europei da cui sta cercando di staccarsi?

Impaziente di diventare primo ministro, Johnson si trova a guidare il suo paese in una fase storica complicata. Le due sfide colossali che dovrà affrontare potrebbero mettere in discussione il successo della sua carriera politica proprio quando essa ha appena raggiunto l'apice. In particolare, per quanto riguarda la Brexit, per Johnson sarà difficile salvare la faccia se la rimanderà oltre il 31 ottobre mentre i danni creati da un'uscita senza accordo potrebbero essere talmente gravi da condannare lui e il suo partito al declino. Alla fine, molto probabilmente, Johnson cercherà un compromesso tra la sua intransigenza e tutti i coloro, dentro e fuori il partito conservatore, che non vedono di buon occhio l'uscita senza accordo, Unione Europea compresa.

Si profila una resa dei conti da cui dipenderà il futuro politico del nuovo primo ministro britannico oltre che lo status del Regno Unito nel sistema internazionale.


Massimiliano Palladini


Massimiliano Palladini
Massimiliano Palladini

Laureato in Scienze politiche, sociali, internazionali all'università di Bologna, studia Relazioni internazionali ed Europee all'università di Parma. Aspirante giornalist..   Continua >>


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