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Falcone e Borsellino diventano protagonisti di una favola per bambini

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La prefazione del figlio di Paolo Borsellino, Manfredi: 'Ho iniziato a piangere la morte di mio padre quando lui era ancora vivo'


Falcone e Borsellino diventano protagonisti di una favola per bambini

I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino diventano due protagonisti di una favola per bambini per raccontare la lotta contro la mafia, l'omertà e il bullismo ai più piccoli. Si chiama 'Giovanni e Paolo e il mistero dei pupi' il testo di Alessandra Viola e Rosalba Vitellaro uscito oggi nelle librerie (De Agostini, 144 pagine) con le prefazioni di Manfredi, Lucia e Fiammetta Borsellino.
Il libro ospita anche le immagini originali del cartone animato dai cui è tratto il racconto che era stato prodotto da Rai fiction e Lacardarte con la collaborazione della Regione Sicilia, e la regia di Rosalba Vitellaro.



La prefazione del figlio di Paolo Borsellino, Manfredi

Mio padre si chiamava Paolo Borsellino, era nato a Palermo e di lavoro faceva il magistrato.


Aveva una moglie e tre figli, amava scherzare, non prendersi troppo sul serio e andare in bicicletta; era un fumatore accanito ma nonostante questo vizio, che fortunatamente non ha trasmesso a noi figli, riusciva a fare lunghe nuotate sott'acqua nel suo mare di Villagrazia di Carini.
Ogni mattina si svegliava alle 5 “per fottere il mondo con due ore di anticipo”, come amava ripetere.
La sua vita - e la nostra - è cambiata il 5 maggio del 1980, quando a Monreale, un paese dove aveva fatto il pretore, perdeva la vita per mano mafiosa un suo valido e prezioso collaboratore, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Da quel giorno - come scrisse in una lettera indirizzata a ragazzi come voi - non smise più di occuparsi di mafia e criminalità organizzata, dapprima come giudice dell'ufficio istruzione di Palermo (nel cd pool antimafia), poi come procuratore della Repubblica a Marsala, infine di nuovo a Palermo nella Procura della Repubblica. In molte di queste occasioni ebbe modo di lavorare fianco a fianco con un altro giudice, un collega che sarebbe poi diventato anche un caro amico: Giovanni Falcone.
Mio padre e Giovanni, insieme ad altri loro valorosi colleghi, scoprirono passo dopo passo come era organizzata la mafia, chiamata anche Cosa Nostra, quale era la sua struttura e il suo cosiddetto codice d'onore, quali attività gestiva e com'era composta. Furono arrestati molti mafiosi e molte persone colluse con quel sistema criminale grazie al loro lavoro, riuscirono ad accendere i riflettori su un'organizzazione malavitosa che era rimasta per decenni quasi sconosciuta, o peggio, ignorata. Ma un'organizzazione militare come quella mafiosa purtroppo, sentendosi seriamente minacciata dall'impegno di quei magistrati, reagì uccidendo chiunque potesse essere di ostacolo alla sua stessa esistenza, e così quei magistrati che più di tutti - con le loro indagini ei loro processi - la stavano danneggiando.
Mio padre ebbe assegnata una scorta sin da quella primavera del 1980 e le abitudini anche di noi figli mutarono radicalmente. Tuttavia faceva di tutto perché noi figli non ne avessimo a soffrire e lui stesso quando poteva si sottraeva alle maglie della sorveglianza concedendosi (e concedendoci) sprazzi di libertà.
Gli anni '80 sono stati scanditi da omicidi detti eccellenti perché riguardavano persone che rivestivano nella società ruoli e incarichi importanti, tra questi magistrati, poliziotti, carabinieri, politici e amministratori pubblici, ma nella nostra famiglia, malgrado alcune di queste vittime fossero anche persone di casa come il consigliere istruttore e capo del primo pool antimafia Rocco Chinnici, ci sforzammo tutti di condurre una vita in qualche modo normale. Così anche nell'estate dell'85, quando dopo gli omicidi del Vice Questore Cassarà e del Commissario Montana, venivamo tutti deportati nell'isola dell'Asinara, dove trascorremmo oltre un mese in assoluto isolamento per motivi di sicurezza.
Ma nel '92, nel maggio di quell'anno, è cambiato tutto, o meglio per la mia famiglia nulla è stato come prima. Quell'anno ha segnato per tutti un punto di non ritorno, una sorta di spartiacque, come se la nostra vita - e quella, crediamo, di tantissimi altri - si sia divisa in prima del '92 e in dopo.
Era il 23 maggio 1992 e io stavo studiando diritto commerciale per preparare il mio prossimo esame universitario. Mio padre, eludendo la scorta come ogni tanto gli piaceva fare, era andato da solo ea piedi dal barbiere. Fu lì che un collega lo raggiunse al telefono, informandolo dell'attentato a Giovanni Falcone avvenuto lungo l'autostrada che collega Palermo a Punta Raisi. Negli stessi minuti, anch'io avevo appreso dell'attentato. La televisione trasmetteva in diretta le prime immagini dell'accaduto e poche confuse notizie. Ero rimasto a guardarla come impietrito. Quando mio padre bussò alla porta, corsi ad aprirgli e lo trovai completamente stravolto, ancora con un po' di schiuma da barba sul viso. Non ebbi il coraggio di chiedergli nulla e nemmeno lui disse una parola. Si cambiò rapidamente e mi raccomandò di non uscire di casa.
Quel giorno cambiò davvero la nostra vita. Mio padre non sarebbe mai più stato lo stesso e anche per noi le cose cambiarono drasticamente, con la consapevolezza che la stessa sorte che era toccata a Giovanni poteva attendere mio padre in qualsiasi momento.
Ho iniziato a piangere la morte di mio padre quando lui era ancora vivo. Ricordo bene la sensazione che provai quel giorno, mentre vegliavamo insieme la salma di Giovanni Falcone nella camera ardente all'interno del Palazzo di Giustizia. Quel giorno piangevo per la morte di Falcone, un collega e amico di mio padre e di tutta la nostra famiglia, ma in realtà era come se con largo anticipo stessi già piangendo la scomparsa di mio padre.


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