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'Questa è una Pasqua nuova: è un’alba, non un tramonto'

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Il messaggio di don Paolo Boschini: 'Si apre il tempo di una chiesa fatta dai battezzati e non solo dai preti e dai loro pochi fedelissimi: era ora!'


In occasione della Pasqua La Pressa ha chiesto a don Paolo Boschini, parroco della Bva di Modena, una riflessione, un video che potesse arrivare ai nostri lettori e a quanti domani sentiranno la mancanza della partecipazione in prima persona alla festa religiosa.
Ecco dunque il suo contributo e qui sotto il testo che ci ha inviato. Lo ringraziamo e rivolgiamo, insieme a lui, i migliori auguri di buona Pasqua a tutti i nostri lettori.
La redazione

Cari amici e care amiche,

sono don Paolo Boschini, felicemente parroco alla B.V. Addolorata di Modena, ormai da 25 anni, e da meno di un anno altrettanto felicemente a servizio della parrocchia di Roccapelago. Vi ricevo qui, in una delle mie due chiese, in mezzo alla mia gente (questi lumini accesi) e di fianco a questa croce senza Cristo, perché a essa oggi sono appesi tanti Cristi: contagiati e loro familiari; medici, sanitari e volontari; profughi, homeless e carcerati; persone sole e chi si sta ammalando di depressione e di disperazione...

Vorrei raccontarvi come mi appresto a vivere la Pasqua di quest’anno. Alcuni l’hanno definita una Pasqua strana. Altri dicono che è surreale, che è spettrale. Per altri ancora è una mezza Pasqua o addirittura non è Pasqua affatto. Rispetto questi modi di sentire, ma non mi ci ritrovo. Per me questa è una Pasqua nuova, sorprendente, inattesa, spiazzante. Come è spiazzante la notizia che un uomo ucciso sul patibolo è risorto dalla morte. Allora, quella tomba vuota e quell’uomo trasformato, che i suoi discepoli si trovarono davanti all’improvviso, segnarono l’ora zero del cristianesimo. Ecco, credo che in questi ultimi tre mesi di coronavirus noi stiamo ritornando a quel momento, in cui dalla risurrezione di Gesù è nata una nuova fede in Dio e un nuovo modo di essere umani. Questo lavoro di azzeramento e ripartenza non l’ha fatto l’epidemia. I virus non sono così intelligenti da scrivere diritto sulle righe storte (e spesso non lo siamo neanche noi umani così intelligenti). È opera di Dio, il quale già da molto tempo chiamava noi cristiani italiani a una rigenerazione, a un deciso cambio di passo e di stile. Papa Francesco è stato ed è tuttora la voce, forse la voce nel deserto di questa trasformazione esigente. Fatto sta che adesso è tutto nuovo, tutto diverso. Niente di questa Pasqua assomiglia alla Pasqua degli anni scorsi. Vi faccio qualche esempio, così ci capiamo.

Checché ne dica qualche politico maleinformato, oggi le porte delle nostre chiese sono sempre aperte e lo sono per tutti. Non capita più che qualcuno si senta sbattere la porta in faccia perché è divorziato, omossessuale, musulmano o perché si professa ateo… Entra, prega e è sempre il benvenuto!

Le nostre liturgie sono diventate più semplici e comunicative. Sono trasmesse in streaming su Facebook o su Youtube e così entrano nella nostra giornata, senza obbligarci a interrompere quello che stiamo facendo. Proprio come il Regno di Dio, che è un lievito che fa fermentare, dal di dentro, la pasta della nostra umanità. Mi scriveva un papà qualche giorno fa: “adesso è più bello partecipare alla messa della domenica mattina, mentre nella nostra famiglia facciamo colazione tutti insieme”.

I nostri incontri parrocchiali in videochat sono diventati proprio delle riunioni, perché riuniscono persone di Modena, di Carpi, di Pieve, ecc.: tutti insieme appassionatamente a leggere e commentare il Vangelo. Diceva una mamma che accudisce h. 24 un figlio disabile grave: “finalmente riesco a partecipare anch’io alla vita della parrocchia e non mi sento più un’esclusa”. Non siamo più una chiesa legata ai campanili. Le nostre parrocchie non hanno più i confini, i “nostri” e i “loro”. E così non assomigliamo più a una “dogana”, per usare una bella espressione di Papa Francesco.

Un ultimo esempio: adesso che siamo tutti online, ci siamo accorti che c’è un terzo della nostra popolazione che è completamente priva di conoscenze digitali e è tagliata fuori da tutto. Non sei povero solo se ti manca il pane, il lavoro, la casa, la salute. C’è una forma diffusa di povertà che è la mancanza di sapere, di competenze e di strumenti per acquisirlo. Quanti anziani sono tagliati fuori, perché giustamente chiusi dentro le loro case per evitare il contagio... E quanti ragazzi e ragazze – spesso figli di famiglie migranti – non hanno un tablet, un pc, una connessione wifi decente e non possono seguire le lezioni scolastiche, fare i compiti, partecipare a un doposcuola online... Lo sapevamo già, perché lo leggevamo sui libri. Ma ce ne siamo accorti solo adesso: speriamo che non sia troppo tardi per questi alunni della scuola dell’obbligo; perché non si sentano ingannati da una società che non sa o non vuole riconoscere e favorire il loro diritto allo studio, che è poi diritto alla vita, diritto alla felicità e diritto al futuro.

Eravamo abituati a una chiesa cattolica superorganizzata, più maestra che madre, più funzionaria che sorella e amica. Beh, nell’ultimo mese e mezzo tutto questo complesso marchingegno erogatore di servizi religiosi si è dovuto fermare, per non diventare un veicolo di contagio. Dovendoci trasferire sul web – altrimenti le comunità e i legami muoiono – tutto è diventato più semplice, più informale, più umano. Sì lo so che i puristi storcono il naso, ma i risultati di questo trasloco nel mondo immateriale di internet si cominciano già a vedere: ragazzi e giovani che hanno voglia di incontrarsi su Google meet per fare le attività formative di gruppo; famiglie, adulti, fidanzati, gruppi caritas, ecc. che si incontrano su Skype per aiutarsi a trovare un senso a ciò che sta accadendo, per raccontarsi paure, fatiche e speranze, per costruire insieme il “dopo coronavirus”. Io sono prete da quasi 38 anni, ma uno slancio, una voglia di relazioni così non mi ricordo di averla mai vissuta.

Si apre il tempo di una chiesa fatta dai battezzati e non solo dai preti e dai loro pochi fedelissimi: era ora! Spero che siate d’accordo con me. Una comunità viva, dove ciò che conta non sono i grandi discorsi o i valori non negoziabili. Conta la testimonianza della vita, la capacità di intessere relazioni vere e profonde, la voglia di aprire il cuore a chi come me, come noi è alla ricerca di un perché a tutte questa vulnerabilità e la disponibilità di aprire anche la propria casa a chi è stato scartato. Fatti e non parole. Autenticità, anche nel riconoscere le mie e le nostre magagne. Gesù non è un Dio inossidabile, ma vulnerabile: “uomo dei dolori che ben conosce il patire”, dice di lui il profeta Isaia.

Concludo. Pasqua vuol dire passaggio. Più precisamente: passare oltre facendo un salto. Per gli ebrei schiavi in Egitto, fu il salto dalla schiavitù alla libertà. Per Gesù dalla morte alla vita. E per noi, per me … e anche per voi che non vi siete ancora rotti di starmi a sentire? E per tanti che non si sono ancora accorti di questo cambiamento in corso? Che salto sarà? Io la risposta non ce l’ho. So solo che la prima e la seconda pasqua furono l’inizio di un cammino verso l’ignoto, un cammino sostenuto solo dalla promessa e dall’amicizia di Dio verso gli uomini. Come quando albeggia e piano piano sorge il sole. Non sappiamo come sarà la giornata: sappiamo solo che ci è stata donata e che non possiamo sprecare il tempo che ci viene regalato, buttandolo via in tristezze, banalità e menefreghismi.

Spero di essere riuscito a dirvi perché per me e per noi, questa è una Pasqua nuova: è un’alba, non un tramonto. E ci comunica la sensazione di essere un’altra volta a un anno zero del cristianesimo, almeno qui da noi in Italia e in Europa, dove la fede in Gesù era parecchio invecchiata negli ultimi decenni.

E allora: che sia per tutti, anche per voi, una Pasqua nuova, aperta al futuro di Dio e perciò senza rimpianti per il passato e senza risentimenti verso gli esseri umani. Grazie di avermi ascoltato. Buona Pasqua.

Paolo Boschini


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