Un terremoto giudiziario scuote il mondo degli appalti e della ricostruzione privata post-sisma, con propaggini che toccano direttamente anche la provincia di Modena. È questo il bilancio dell’operazione “Ricostruzione”, condotta dai finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Ancona – su delega della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura dorica – che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare e a massicci sequestri di beni in diverse regioni italiane, tra cui anche Modena.
Il provvedimento, emesso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ancona, ha disposto complessivamente otto misure di custodia cautelare in carcere e cinque interrogatori preventivi, oltre al sequestro preventivo di beni per oltre 57 milioni di euro e di tre società. Le Fiamme Gialle hanno eseguito oltre cinquanta perquisizioni nei confronti di enti pubblici, pubblici ufficiali, professionisti e imprenditori distribuiti in tredici province, tra cui appunto quella modenese.
I tre filoni d'indagine: 'Ndrangheta, Camorra e corruzione
L’articolata inchiesta, coordinata dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, si muove su tre direttrici principali:
-Le infiltrazioni mafiose nei cantieri: Il primo filone ruota attorno a un imprenditore insidiatosi nelle Marche e ritenuto legato a cosche della 'ndrangheta calabrese (in particolare alle famiglie Avignone e Crea).
Le sue società venivano impiegate sia come subappaltatrici di manodopera nei cantieri della ricostruzione post-sisma 2016, sia per alimentare un sistema di false fatturazioni per circa 8 milioni di euro, utili a trasferire denaro contante verso le cosche di Reggio Calabria.-La truffa aggravata e i subappalti illeciti: Il secondo filone svela un sistema fraudolento per accaparrarsi i finanziamenti pubblici della ricostruzione. Al centro vi sarebbe un imprenditore marchigiano che, agendo da 'cerniera', avrebbe garantito una posizione monopolistica subappaltando i lavori a soggetti legati non solo alla 'ndrangheta ma anche al clan dei Casalesi (fazione di Michele Zagaria). Il tutto aggirando i controlli antimafia grazie a prestanome. L'allocazione indebita di risorse pubbliche stimata nei contratti di appalto ammonta a circa 200 milioni di euro.
-Il comitato d'affari e la corruzione: L'ultimo filone ha fatto luce su una fitta rete di corruzione e turbativa d'asta legata a procedure pubbliche in ambito sanitario e universitario (coinvolgendo enti come la Regione Marche, l'Erdis e l'Università di Camerino), gestita da un comitato d'affari capace di orientare gare e veicolare fondi ilittuosi.
Il quadro giudiziario
Complessivamente, l'inchiesta vede indagate 51 persone fisiche e 17 società. Per gli otto soggetti destinatari del carcere (tra cui i principali imprenditori e amministratori coinvolti), l'accusa ha configurato il pericolo di reiterazione dei reati aggravati dall'agevolazione mafiosa.
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