Eppure il post di Rossi, peraltro poi argomentato in un quadro di politica internazionale, riflette ben più che una svista social.
Rossi, utilizzando in modo certamente inopportuno il caso di Zaki, rappresenta l'ala più ferocemente anti-europeista all'interno del Carroccio, quella sovranista e identitaria che si riconosce nel circolo della Terra dei Padri. Quella che teorizza il ritorno alla moneta nazionale e che porta avanti in un pensiero-forte che sarebbe superficiale etichettare di 'destra', ma che certamente strizza l'occhio al Governo dell'uomo-forte e che non rinnega il Ventennio.
Ora, contro questa Lega, si schierano i salviniani doc, i leghisti storici col cuore rosso (ricordiamo che lo storico padre della Lega Modena, Mauro Manfredini, aveva radici Pci) e i neo-leghisti giunti da forze liberali, ex Forza Italia o democristiane.
Due modi profondamente diversi di intendere il partito (sia a Roma che in Emilia Romagna), che a Modena avevano trovato una sintesi a freddo nella figura del candidato sindaco Prampolini (ex democristiano scelto nella culla della Terra dei Padri). Una sintesi evidentemente naufragata, con il caso-Zaki ha fatto deflagrare le tensioni con durissime accuse reciproche nella chat private modenesi.
Così, incapace di moderare questo scontro interno per la storica debolezza della sua classe dirigente locale (a partire dal commissario cittadino Bagnoli da tempo sedicente dimissionario e ancora in attesa di essere confermato, passando per il neo commissario provinciale Romani), la Lega si trova così costretta a risolvere il potenziale scisma interno predicando silenzio sui social. Un approccio che non solo contraddice i ripetuti richiami di Salvini al 'partito aperto', ma che svela una mancanza di elaborazione politica. Insomma, un modo per metterci una pezza che alla lunga difficilmente può durare.
Giuseppe Leonelli
Nella foto il commissario provinciale Romani con Matteo Salvini


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