A dare l'allarme sono stati alcuni passanti, ma l'intervento tempestivo dei sanitari del 118 e della Polizia di Stato ha solo potuto constatare il decesso. Gonzales, era un ex detenuto, ch aveva espiato la propria pena. La tragedia ha immediatamente riacceso il dibattito politico e sociale sulla gestione della marginalità in città.
'La tragica scomparsa di Roberto, l'ex detenuto di 59 anni trovato senza vita al parco Novi Sad di Modena, dove dormiva da una decina di giorni, rappresenta una ferita dolorosa per tutta la nostra comunità e una sconfitta per le istituzioni. Una tragedia che non può restare nell'ombra, che impone una riflessione profonda sullo stato del nostro sistema penitenziario e del post-pena'. E' l’appello lanciato da Rossella Caci, responsabile Giustizia della Federazione provinciale Pd, insieme ai parlamentari modenesi Stefano Vaccari, Enza Rando e Maria Cecilia Guerra.
'Si trattava di uomo riservato, descritto dagli operatori del Terzo settore che lo conoscevano come persona mite e tranquilla, arrivato al termine di un percorso detentivo durante il quale aveva lavorato e partecipato attivamente ad attività culturali e teatrali. Eppure, una volta varcate le soglie del carcere, si è ritrovato proiettato nel nulla: senza una casa, senza una rete di supporto e senza l'assistenza necessaria per riprendere in mano la propria vita, fino al drammatico epilogo a pochi giorni dal potenziale riabbraccio con il figlio'.
La vicenda si inserisce in un quadro più ampio di crescente marginalità sociale. Secondo i dati riportati dalla stampa, nel 2025 sono state censite 328 persone in condizioni di grave marginalità, delle quali 76 intercettate mentre vivevano stabilmente in strada. Sono 102 le persone che hanno dichiarato di vivere in condizioni di fortuna o in sistemazioni precarie, mentre 150 sono state accolte nei servizi, istituzionalizzati e non, che hanno raggiunto una prima autonomia abitativa.
'Questa vicenda dimostra chiaramente che il mandato costituzionale della funzione rieducativa della pena non può fermarsi al momento delle dimissioni dal carcere. Se all'uscita non c’è una presa in carico efficace, un ponte solido tra le strutture penitenziarie, i servizi sociali e i territori, il rischio di estrema emarginazione diventa una condanna quasi inevitabile. Non si può morire soli su una panchina dopo aver scontato la propria pena: è urgente rafforzare la rete dei servizi di accoglienza, garantire percorsi di accompagnamento all'abitare e al lavoro per chi esce dal carcere e stanziare risorse adeguate per le strutture e gli enti del terzo settore che ogni giorno si battono per non lasciare indietro nessuno. Chiediamo un impegno concreto e immediato a tutti i livelli istituzionali affinché tragedie come quella di Roberto non debbano più ripetersi. La civiltà di un Paese si misura anche e soprattutto da come sa prendersi cura di chi è più fragile'.
'Non è possibile morire sulla gradinata del nostro ex ippodromo, ex Piazza d’armi ora Novi Sad - scrive Paola del gruppo Carcere Città -. Non è possibile e difficile è sostituire il dolore e la rabbia con altro che sia consolazione o pietà. No, rabbia e basta soprattutto quando quella persona era stata un tuo amico, una persona che si era fatta voler bene anche in carcere, sì in carcere perché da lì era uscito a metà agosto senza documenti, quindi “invisibile” o “indesiderato” sarebbe meglio dire. Eppure su quelle gradinate dove tutti da bambini almeno una volta abbiamo giocato saltando su e giù, su quegli alti gradini aveva trovato amici fidati perché nessuno avrebbe toccato le sue cose che si era ordinatamente sistemato in uno scatolone e in un pesante zaino che si portava sempre dietro. E proprio uno di loro a metà settembre, una notte lo aveva sentito affannato e subito aveva chiamato i soccorsi. Ictus la diagnosi e dalle analisi altre scoperte come un cuore malato, sofferente. Certo il cuore di Roberto soffriva per le ultime vicende della sua vita non ancora risolte, non sapeva di avere un cuore malato. Glielo hanno scritto nella lettera di dimissioni dopo 3 gg. di ospedale. Si chiedeva di attivare percorso di aiuto sul territorio, ma dove? A Modena no perché non risultava residenza a Modena, a Vignola neppure (la sua ultima residenza risultava in quel territorio). In fondo si reggeva in piedi e non ci sono fondi per aiuti di cura che non siano per situazioni di estrema gravità. Così si doveva tornare sui gradini. Non è il solo che passa la notte sui gradini o sulle panchine e forse è per questo che vengono tolte. Forse perché risultano scomode, ma il cemento che è là su in alto lontano da molti sguardi, può essere giaciglio di una umanità in cerca di speranza. Ma a noi volontari la cosa non piacque. Vedere le fragilità e curarle è il nostro compito. In quel momento c’era bisogno anche della cura del corpo. Un albergo, purtroppo per poco tempo, ma poi solo la tribuna e tanti momenti insieme per cercare di raccogliere i pezzi di una esistenza da ricostruire. Roberto, l’argentino, non si lamentava mai. Sempre disponibile all’aiuto e senza mai pretendere aiuto. Accettava con gioia ciò che gli veniva offerto: il teatro in carcere, la partecipazione alle iniziative culturali fuori, come il Festival filosofia, con la speranza che l’ingiustizia che caratterizza il nostro mondo non possa essere l’ultima parola. Non portava rancore verso chi gli aveva girato le spalle, mai una parola contro. Ora il dolore'.
Sabato a Modena in via Marie Curie si terrà un convegno sul tema carcere e comunità promosso dal Pd della città e moderato dal direttore de La Pressa Giuseppe Leonelli.


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