Renzi riesce a scalare il PD nel 2013 grazie a Bonaccini, che oltre a portargli l'Emilia-Romagna diventa il suo coordinatore della campagna elettorale. Il favore è restituito l'anno successivo, con l'eliminazione dalla corsa alla presidenza della regione del fedelissimo Matteo Richetti.
In quegli anni Calenda, che viene da Montezemolo, entra nelle grazie di Renzi ed è promosso ministro. A dicembre 2016 Renzi perde il referendum, ma riesce a conservare il potere fino alla presentazione delle liste alle politiche del 2018, che indirizza come vuole lui. Cresce invece Calenda: nel gennaio 2019 lancia il manifesto 'Siamo Europei' per allargare il PD: e tra i firmatari c'è proprio Bonaccini. Calenda diventa capolista in Emilia e fa il pieno di preferenze, risultando il più votato a livello nazionale. Sembra il suo momento, ma in agosto nasce il governo M5S-PD - nonostante la posizione contraria di Calenda - e lui esce per protesta dal partitone, proprio nel periodo in cui ne esce anche Renzi.
Bonaccini invece allarga il campo a destra e vince le regionali dell'anno successivo, battendo Salvini. E oggi si prodiga negli appelli al PD a spostarsi dalla sinistra, a 'uscire dal salotto e misurarsi con il mondo reale'.
È chiaro: Renzi, Calenda e Bonaccini sono un trio che batte pari, nonostante facciano finta di litigare tutti i giorni. Calenda è il Caronte di Renzi, Bonaccini si crede Dante.
Lo scopo nel breve è arrivare al 20 agosto a proporre a Letta di unire i fronti, mettendolo in una condizione lose-lose: che perda unito o diviso questi gli faranno le scarpe. Nel medio Bonaccini diventerà segretario del PD, ma nel lungo sono gli altri due che torneranno a comandare davvero.
Magath
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