La vicenda tra Matteo Piantedosi e Claudia Conte esplode quando è lei stessa a rendere pubblica una presunta relazione. Non una fuga di notizie, non un’inchiesta, ma una dichiarazione controllata. Su una radio vicina a FdI, su una domanda - secondo qualche retroscena suggerita - di un giovanissimo dirigente FdI. E da fatto privato diventa subito caso politico. Entrano in scena incarichi, collaborazioni, relazioni istituzionali. Il ministro sceglie il silenzio, si affida a un legale; il governo congela e conferma la fiducia. Intorno, però, la macchina gira: opposizioni che chiedono chiarimenti, Rai sotto pressione, contratti che vacillano.
Il punto però non sono i favori sessuali. Sarebbe un mero esercizio di ipocrisia. Ha sempre funzionato così: il potere è calamita, attrae, seduce, crea relazioni che non sono mai solo professionali. Dalla prima Repubblica - passando per le nipoti d’Egitto - i salotti romani, i corridoi ministeriali, le camere, ma anche le sedi e i circoli più periferici di partitoni e partitini sono colmi di amanti più o meno celebri, di protezioni silenziose, di carriere accelerate.
E però il punto non sono nemmeno i favori in quanto tali. La politica premia da sempre i fedelissimi, quelli affidabili, quelli che ci sono sempre stati, relazioni o meno.
Lo si vede anche a livello locale, con il recente dibattito portato avanti dallo storico esponente della destra modenese Guido Sola. Che critica un sistema chiuso, autoreferenziale, che replica sé stesso. Dove il problema non è chi entra ma chi resta fuori.Solo che qui il livello cambia. Chi guida il Viminale non gestisce una corrente di partito, non compila listini provinciali e regionali. Ha in mano prefetture, polizia, elezioni, apparati, servizi, equilibri sensibili. Nessuna valutazione morale, beninteso, ma politica e istituzionale: con tutte le informazioni cui ha accesso e con tutte le figure e risorse che può mettere in campo, non potrebbe scegliere meglio le collaboratrici?
Facile fare il paragone con Gennaro Sangiuliano - Maria Rosaria Boccia. Ma per Giorgia Meloni questo caso, politicamente parlando, è molto peggio. Sangiuliano era una figura facilmente sacrificabile del partito del premier. Piantedosi invece è il tecnico per antonomasia, da sempre nel ministero, con ministri di diversi colori. Con l'aggravante che occupa la poltrona che per Matteo Salvini è il Sacro Graal - e infatti la Lega, alla quale doveva essere vicino, lo scarica subito, ribadendo che non è un iscritto. Ma dopo Delmastro e Santanchè, cambiare anche Interni e Infrastrutture significherebbe aprire un rimpasto vero, con passaggio al Quirinale e verifica parlamentare.
Il punto è solo di opportunità politica. Salvini agli interni potrebbe essere un rilancio per la Lega. Forza Italia potrebbe a sua volta voler sostituire Antonio Tajani - sempre più lontano dai desiderata della famiglia Berlusconi - e anche questo sarebbe un rilancio. Per questo la vicenda è emersa oggi, nonostante si dica fosse nota alla Meloni da mesi: con tutti i problemi contingenti, al suo ritorno dal Medio Oriente le sarà facile sostituire solo Piantedosi, facendo la solita bella figura di chi vede, decide, taglia e va avanti. Per rimandare a poi il rimpasto. O a mai.
Magath
Foto Fb Claudia Conte
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