Gentile Direttore
abbiamo letto le riflessioni del consigliere Andrea Mazzi e crediamo che abbia ragione quando afferma che sui temi serva andare più a fondo.
Senza analisi, senza dati, senza confronto serio, si parla per frasi fatte, luoghi comuni, tutte cose che possono servire a fare un video per i social ma non a capire davvero cosa sia accaduto e cosa si possa migliorare e quali risorse serve mettere in campo per farlo.
Non più tardi di ieri sera, un caro amico, professore di lettere in un liceo della provincia, evidenziava che quando si parla di sicurezza, non bisogna mai dimenticare che una parte decisiva della risposta passa dalla scuola, e richiede tempi lunghi. Questo non significa, naturalmente, negare la necessità di presidi, controlli, prevenzione immediata e capacità di intervento quando serve. La sicurezza richiede anche questo. Ma se vogliamo una risposta che non si limiti all’emergenza, dobbiamo guardare anche più lontano. La scuola, la formazione, la cultura, la relazione educativa sono strumenti di sicurezza perché costruiscono la convivenza.
Troppo spesso, invece, la politica sceglie scorciatoie più comode: celebrare l’“eroe” o individuare un “nemico”. Ma la parola “eroe” è ambigua: esalta un gesto positivo, però rischia di farlo apparire eccezionale, fuori dalla portata delle persone comuni.
E così, paradossalmente, può deresponsabilizzare tutti gli altri. Allo stesso modo, indicare un nemico — un partito avversario, una categoria sociale, un individuo — serve a semplificare la realtà, non a capirla. È rassicurante, perché sposta tutto fuori da noi. Ma non aiuta a costruire risposte efficaci, perché ha negato la complessità del problema.In un certo senso abbiamo ritrovato coerente il discorso di Mazzi con quanto espresso concetto nella recente intervista di Roberto Ricco alla Gazzetta di Modena. E, ancora prima, in Paolo Ballestrazzi quando, alcune settimane fa parlando di urbanistica, ha evidenziato la necessità che il Consiglio comunale si “riappropri” delle riflessioni di profondità, di prospettiva, e non si limiti alla rincorsa quotidiana.
Un po’ di responsabilità, ce l’abbiamo anche noi. Quando ci lasciamo prendere dall’inseguire il titolo del giorno, quando accettiamo che il dibattito pubblico venga risucchiato dallo scontro, contribuiamo anche noi ad abbassare questo livello e rendiamo più difficile andare in profondità. Certo, ci sono alcune forze politiche che più di altre sembrano concentrate sul forzare, semplificare, dividere, fare video ad effetto, per trasformare ogni vicenda in un’occasione di propaganda. Ma proprio per questo possiamo fare uno sforzo in più per non assecondare questa deriva.
Per provare a essere conseguenti con questa riflessione, vogliamo riprendere un passaggio del consigliere Mazzi in merito alle cosiddette seconde generazioni. È corretta la sua riflessione sulla generazione in “mezzo” a due culture. Dobbiamo andarci dentro in concreto. Capire di chi parliamo, quali percorsi ci sono, quali fragilità, quali risorse, quali rischi, quali occasioni mancate. La letteratura sociologica e criminologica si è spesa molto su questo punto. Pensiamo, tra gli altri, agli studi di Maurizio Ambrosini e di Pierluca Massaro. Le seconde generazioni non sono un gruppo omogeneo. Parlare di “seconda generazione” come se fosse una categoria unica è fuorviante. Contano l’origine familiare, la classe sociale, la scuola, il quartiere, il genere, la cittadinanza, le discriminazioni, le reti comunitarie. Gli studi più seri evidenziano i fattori sociali: il fatto di rischio non è “da dove viene” la famiglia di un ragazzo o di una ragazza, ma dentro quale percorso cresce o viene lasciato crescere: se è un percorso esposto più di altri a esclusione, povertà educativa, segregazione urbana, fallimento scolastico, disoccupazione, contatto selettivo con il sistema penale, questa persona è più esposta di altri al rischio devianza.
Luca Barbari e Francesco A. Fidanza

