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Strage di Modena, le parole di uomini, mezz’uomini e quaquaraquà

Strage di Modena, le parole di uomini, mezz’uomini e quaquaraquà

Da una parte una città che parla, commenta e si assolve. Dall’altra alcune persone che dovranno ricominciare la propria vita da un punto che non avevano scelto


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C’è un momento, nella vita delle città, in cui le parole dovrebbero vergognarsi di uscire di casa. Dovrebbero restare dietro le imposte, come nei paesi di Guareschi quando passa il morto e anche il più bestemmiatore degli uomini si toglie il cappello: non perché sia diventato santo, ma perché davanti al dolore riconosce un ordine più antico della politica, della polemica, del commercio, della prudenza istituzionale e perfino della ragione.

A Modena, invece, le parole sono uscite subito. Sono uscite dai palazzi, dalle curie, dalle associazioni, dai comunicati, dai telefoni, dai social, dalle tavole già prenotate. Sono uscite ben pettinate, con il vestito della domenica: comunità, coesione, responsabilità, prudenza, non odio, sicurezza, accoglienza, solidarietà, città ferita, luce della vita.

Parole rispettabili, alcune persino necessarie. Ma arrivate troppo presto.


Troppo presto, perché sulla Via Emilia non era accaduto un “tema”. Non era accaduto un “caso”. Non era accaduta una disputa sull’immigrazione, sulla salute mentale, sulla convivenza, sull’integrazione, sulla sicurezza urbana. Era accaduto qualcosa di più elementare e proprio per questo più terribile: alcune persone erano state colpite nella normalità innocente della loro giornata. Non stavano manifestando, non stavano scegliendo da che parte stare, non stavano partecipando al grande processo nazionale delle opinioni.

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Stavano vivendo.

E questa è la prima cosa che il discorso pubblico dimentica: che la vittima, prima di diventare simbolo, è una persona. Prima di diventare argomento, è una biografia ferita. Prima di diventare materia per un editoriale, è una famiglia in attesa, una telefonata che non arriva, una porta chiusa, una vita che da quel momento dovrà essere ricostruita con una fatica che nessun comunicato potrà mai contenere.


Il sindaco ha fatto il sindaco. Ha richiamato la città alla calma, ha respinto la tentazione dell’odio, ha ricordato che non si può trasformare una responsabilità individuale in una colpa collettiva. È giusto. È doveroso. Una città non può essere consegnata alla vendetta, né alla caccia all’uomo, né alla rozza aritmetica per cui uno diventa tutti. Ma una città non si tiene insieme solo impedendole di odiare. La si tiene insieme anche consentendole di capire. E capire non significa assolvere. Non significa giustificare. Non significa stendere un velo pietoso sulla realtà. Capire significa avere il coraggio delle domande: chi era quell’uomo? Quale storia portava con sé? Quali segnali erano leggibili? Quali servizi hanno visto, o non hanno visto? Che cosa intendiamo davvero per integrazione, al di là delle frasi da convegno?

Che cosa intendiamo per sicurezza, al di là delle parole da campagna elettorale? Dire “non generalizziamo” è vero. Ma se diventa il modo per chiudere il discorso prima ancora di aprirlo, allora non è più prudenza: è rimozione con buone maniere.


La Chiesa, dal canto suo, ha parlato di pace, di città ferita, di unità, di rifiuto della violenza. Anche qui: tutto comprensibile, tutto nobile, tutto formalmente ineccepibile. Però il cristianesimo non è una scuola di buone maniere applicata alle tragedie. Non nasce in un ufficio comunicazione. Nasce da un corpo offeso, da una carne esposta, da una ferita che non viene negata ma guardata. La parola cristiana, se vuole essere all’altezza del suo nome, non può arrivare subito come una carezza generale sul mondo. Deve prima sostare accanto al ferito. Deve prima riconoscere il male. Deve prima avere il coraggio della pietà concreta. La pace, quando arriva troppo in fretta, rischia di somigliare non alla fede, ma alla fretta di archiviare.

Poi c’è la sera. La cena in Piazza Roma. L’evento confermato. Le tavole apparecchiate. La ristorazione, il territorio, la solidarietà, la vita che continua. Con la musica magari tolta, con il tono magari abbassato, con le giustificazioni certamente pronte e forse anche sincere.

E con quella presenza politica, anche solo simbolica, che rende ogni gesto privato un gesto pubblico.

Nessun tribunale sommario per chi si è seduto a tavola. Nessuna caccia retroattiva alla colpa. Nessun moralismo da giorno dopo, quello facile, comodissimo, che giudica gli altri quando ormai tutto è già accaduto. Però una domanda resta, piccola e pesante come certe domande da bar di paese, quelle che Guareschi avrebbe messo in bocca a un vecchio dopo un lungo silenzio:

era proprio necessario? Non lecito. Non autorizzato. Non organizzabile. Necessario.


Ci sono momenti in cui continuare è dovere. I medici continuano. Gli infermieri continuano. Le ambulanze continuano. Le forze dell’ordine continuano. I magistrati continuano. Le famiglie continuano ad aspettare. Quella è la vita che continua davvero: severa, necessaria, senza bisogno di mostrarsi.

Altra cosa è la vita che si rappresenta. La città che apparecchia per dimostrare di non essersi fermata. La convivialità elevata a risposta morale. La tavola trasformata in dichiarazione.

Forse, quella sera, la risposta più alta sarebbe stata la sospensione. Non per paura. Non per resa. Non perché il male avesse vinto. Ma perché il pudore, certe volte, è una forma superiore di coraggio.

Guareschi avrebbe capito benissimo la scena. Peppone avrebbe detto che il paese deve andare avanti, che la gente lavora, che non si può chiudere tutto, che la vita non può fermarsi ogni volta che il male bussa alla porta. Don Camillo avrebbe brontolato qualcosa davanti al Crocifisso, magari senza trovare subito le parole. E il Cristo, probabilmente, avrebbe taciuto. Perché ci sono silenzi che non sono vuoti: sono giudizi.


Sciascia, invece, avrebbe guardato gli uomini. Non le bandiere, non i comunicati, non le appartenenze. Gli uomini.

Perché nelle giornate tragiche le città si dividono meno per idee che per stoffa morale. E allora tornano utili, con la loro crudeltà esatta, quelle categorie che Sciascia mette in bocca a don Mariano Arena: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i servi morali — quelli che una versione educata chiamerebbe ruffiani — e infine i quaquaraquà.

Gli uomini sono quelli che davanti al fatto non si spostano di lato. Non usano la vittima per dimostrare una tesi, non usano l’aggressore per assolvere un sistema, non usano la prudenza per coprire la paura. Sanno dire insieme due cose difficili: nessuna colpa collettiva, nessuna rimozione collettiva. Nessuna caccia allo straniero, ma nessun divieto morale di interrogarsi sull’integrazione, sulla marginalità, sulla sicurezza, sui servizi, sulle responsabilità pubbliche.


I mezz’uomini sono quelli che la verità la intravedono, ma poi la coprono. Hanno un’intuizione giusta e subito la addomesticano. Sentono che qualcosa non torna, ma temono più l’accusa di scorrettezza che l’obbligo di capire. Così producono frasi prudenti, tutte esatte e tutte insufficienti. Non mentono apertamente: si fermano prima della verità.

Gli ominicchi sono la piccola borghesia morale della tragedia. Non pensano: si accodano. Se stanno a destra, dicono remigrazione prima ancora di sapere. Se stanno a sinistra, dicono razzismo prima ancora di ascoltare. Se stanno nelle istituzioni, dicono comunità. Se stanno nelle associazioni, dicono solidarietà. Se stanno nei salotti, dicono complessità. Sono parole non sempre false, ma spesso piccole, perché non nascono dal dolore: nascono dalla posizione.

Poi vengono i ruffiani morali. Quelli che non hanno un giudizio, ma un padrone. Il padrone può essere un partito, una curia, una corporazione, un interesse economico, un pubblico social, una rispettabilità cittadina da proteggere. Non chiedono: “che cosa è accaduto?”. Chiedono: “a chi serve ciò che è accaduto?”. E portano il dolore in omaggio alla propria parrocchia.


Infine, i quaquaraquà.

Quelli non mancano mai.

Sono i più veloci. Arrivano quando ancora bisognerebbe tacere e hanno già una formula pronta. Non vedono persone, ma materiale narrativo. Non cercano verità, cercano conferme. La tragedia, per loro, non è uno scandalo morale: è un’occasione. Un palco. Un megafono. Un modo per esistere un po’ di più.

Ecco, questo è il catalogo morale che ogni città mostra quando viene ferita. Non perché Modena sia peggiore delle altre. Al contrario: perché Modena è una città abbastanza civile da rendere più visibile la contraddizione tra il decoro esterno e il disordine interiore. Le città educate, quando sbagliano, non urlano: si giustificano bene.

Il punto, allora, non è scegliere tra la destra che urla e la sinistra che ammonisce. Non è scegliere tra la Chiesa che consola e il commercio che apparecchia. Non è scegliere tra chi vuole espellere il problema e chi vuole scioglierlo in una nube di buoni sentimenti.


Il punto è capire se, davanti al dolore, siamo ancora capaci di essere uomini.

Serietà significa che un uomo risponde di ciò che ha fatto, senza trasformarsi automaticamente in popolo.

Serietà significa che una società risponde delle proprie cecità, senza nascondersi dietro il divieto di generalizzare.

Serietà significa che la sicurezza non è uno slogan da comizio, l’accoglienza non è un santino, l’integrazione non è una parola da relazione annuale, la solidarietà non è una tovaglia stesa in piazza.

Serietà significa che la pietà viene prima della pedagogia.

E il pudore prima della comunicazione.

Modena non ha bisogno di essere rassicurata con frasi belle. Ha bisogno di essere presa sul serio. Una città adulta non è quella che non trema. È quella che, tremando, non mente. Non cerca subito un colpevole collettivo, ma non accetta nemmeno che ogni domanda venga scambiata per odio. Non cede alla vendetta, ma non chiama “pace” la rinuncia a giudicare. Non trasforma il dolore in propaganda, ma non lo copre con il galateo.

Alla fine, resta un’immagine semplice. Da una parte una città che parla, commenta, spiega, si giustifica, si consola, si assolve. Dall’altra alcune persone che dovranno ricominciare la propria vita da un punto che non avevano scelto. Tutto il resto viene dopo.

Dopo la politica. Dopo la sociologia. Dopo la teologia. Dopo i comunicati. Dopo le cene. Dopo le frasi giuste. Prima, però, c’è il dovere di non rubare la scena alle vittime. Perché quando una città ha più fretta di salvare le proprie parole che di sostare davanti al dolore, non è più comunità: è scenografia. Elegante, civile, illuminata, piena di buone intenzioni. Ma scenografia. E dietro la scenografia, se si ascolta bene, non si sente la voce della vita che continua. Si sente il brusio sottile, rispettabile e insopportabile dei quaquaraquà.

Eli Gold

Foto dell'autore

Dietro allo pseudonimo 'Eli Gold' un noto personaggio modenese che racconterà una Modena senza filtri. La responsabilità di quanto pubblicato da 'Eli' ricade solo sul direttore della tes...   

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