È una faccenda più seria di quanto sembri, perché una città non si disfa quando le sue strade si sporcano, ma quando le sue classi dirigenti smettono di distinguere. Quando non sanno più dire: questo è bene, questo è male; questo è aiuto, questo è cedimento; questo è dialogo, questo è abdicazione; questa è carità, questa è vanità travestita da carità. Da quel momento in avanti, tutto continua a funzionare, almeno in apparenza. Le riunioni si fanno, i comunicati escono, le visite istituzionali pure. Eppure il centro è già andato perduto.
Il caso del Drop-in alla Sacca è istruttivo come un apologo. Nessuno nega che il tossicodipendente, il derelitto, l’uomo che si è perso e dorme dove capita, siano un dovere della coscienza civile e cristiana. Ma il punto non è questo. Il punto è che anche la pietà, se amministrata da persone piccole, diventa piccola. E la pietà piccola ha una caratteristica: consola la coscienza di chi la organizza e complica la vita di chi le abita intorno.
Così si offre la doccia, il pasto, l’ascolto, il presidio a bassa soglia, e poi si cade dalle nuvole se attorno a quel presidio, collocato in uno dei quadranti più fragili della città, si addensano bivacchi, sbandati, consumatori di crack, spacciatori che non sono mai in ritardo quando c’è da seguire la domanda. E quando il residente fa notare che il problema esiste, che non se l’è inventato e che non è una fantasia reazionaria ma la semplice cronaca dei propri passi serali, subito compare l’aria offesa del notabilato buono: come osate lamentarvi, con tutto il bene che stiamo facendo?
È una scena tipicamente italiana. Non si risponde al fatto; si corregge moralmente chi lo nomina. Non si discute l’effetto; si sorveglia il tono di chi lo denuncia. Ed ecco allora che il cittadino, il quale pensava ingenuamente di portare un’esperienza, scopre invece di essere diventato un caso clinico del dibattito pubblico. Ha visto troppo. Ha parlato troppo chiaro.
La visita istituzionale con i consiglieri comunali e la porta chiusa ai giornalisti ha poi aggiunto al quadro quel tocco di pudicizia amministrativa che non manca mai quando i piccoli poteri si sentono virtuosi. Perché il piccolo potere ama la trasparenza, purché traspaia soltanto ciò che ha deciso lui. Vuole il controllo del bene, e soprattutto della sua rappresentazione. Vuole essere creduto, più che verificato. E in questo c’è già tutta la debolezza della politica locale, della quale Francesca Maletti, in questa vicenda, è divenuta il volto più esposto: una politica che non ama misurarsi con la ruvidità del reale, e preferisce spiegarlo come se fosse una pratica da istruire.
Ma la città non è una pratica. La città è una forma di convivenza. E chi la governa deve sapere che non basta avere ragione nelle intenzioni, se poi si sbaglia la misura, il luogo, il tempo, la proporzione. Altrimenti il bene smette di essere bene comune e diventa un’opera pia scaricata sulle spalle altrui.
Il secondo episodio, quello del Fermi, è persino più rivelatore. Qui il provincialismo morale si è vestito da pedagogia. Si è organizzato un incontro sull’Islam in una scuola tecnica e, davanti alle obiezioni, si è tirata fuori la solita mercanzia nobile: il rispetto, il dialogo, la conoscenza reciproca, l’apertura.
Ma la scuola non è una fiera. La scuola è un luogo severo. O dovrebbe esserlo. Un luogo nel quale non si allestiscono passerelle di buoni sentimenti, ma si forma un’intelligenza. E formare un’intelligenza significa dare strumenti, proporzioni, distanze critiche, gerarchie di lettura. Significa sapere che non basta portare una presenza in aula per fare cultura, così come non basta pronunciare la parola “dialogo” per fare educazione.
Qui il punto non è l’Islam. Il punto è la forma. È la differenza tra spiegare un fenomeno religioso e ospitarne una rappresentazione diretta davanti a ragazzi che, in un istituto tecnico, non dispongono ordinariamente di quella armatura storico-filosofica che permetterebbe di assorbire, vagliare, contestualizzare. Ma questo problema, naturalmente, non viene affrontato. È molto più comodo sospingere i critici nella categoria degli impauriti, dei non inclusivi, dei moralmente inadeguati. Anche qui: non si risponde all’obiezione, si emenda l’obiettore.
Quanto al PD modenese, la sua difesa dell’iniziativa è stata esemplare nel senso peggiore del termine. Ha mostrato la miseria di una politica che, non sapendo più pensare in profondità, si limita a distribuire certificati di bontà. È un metodo semplice: si prende una questione di opportunità educativa, la si riveste di parole solenni, e la si sottrae così al giudizio. Chi non applaude il rispetto, evidentemente odia. Chi chiede misura, evidentemente teme. È un meccanismo grossolano, ma funziona da anni perché molti, pur di non essere squalificati, preferiscono tacere.
E poi c’è la diocesi. O meglio: il tono diocesanamente corretto con cui si è ritenuto di dover mettere una pezza. Anche qui non è mancato il lessico giusto, che oggi è sempre abbondante dove la sostanza difetta. Nessuna parola davvero illuminante sulla laicità della scuola, sulla responsabilità educativa, sulla distinzione fra confronto e confusione, fra apertura e relativizzazione. Niente. Solo l’ennesimo linguaggio di accompagnamento, da ufficio ecclesiastico che non vuole disturbare la digestione civile di nessuno.
Il guaio è che questa tiepidezza non è una sfumatura caratteriale: è una posizione. È la scelta, più o meno consapevole, di una Chiesa che teme il conflitto più dell’insignificanza. E qui il vescovo, comunque lo si voglia difendere per ruolo o per intenzione, rappresenta un problema non personale ma simbolico: quello di una parola ecclesiale che pare convinta di dover essere accettabile prima ancora che vera. Molto incontro, molto ascolto, molto cammino. Tutto nobile, certo. Ma intanto la verticalità evapora. E quando la verticalità evapora, il fedele non riceve più orientamento: riceve accompagnamento. Che è cosa più modesta, e spesso più inutile.
Le chiese, poi, si svuotano e ci si stupisce. Ma ci si stupisce sempre delle cose più ovvie. Se la Chiesa parla come una gentile agenzia morale del territorio, perché mai un uomo dovrebbe cercarvi il fuoco? Se invece di richiamarlo a Dio lo rassicura continuamente sulla sua sensibilità, perché mai dovrebbe inginocchiarsi? Non si sale in alto seguendo chi ha paura dell’altezza.
Il tratto comune di tutta questa vicenda cittadina è la piccolezza. Piccolezza della politica, che scambia la gestione della narrativa per governo della realtà. Piccolezza della scuola, che confonde l’istruzione con la pedagogia ornamentale. Piccolezza della curia, che smussa, attenua, accompagna, e poi si meraviglia di non incidere più. Nessuno è davvero cattivo. È molto peggio: sono tutti modesti nel senso morale del termine, tutti intenti a non eccedere in chiarezza, a non alzare la voce, a non rischiare una parola troppo netta.
Eppure una città non si salva con la modestia dei piccoli uomini. Si salva con il coraggio della forma. Con amministratori capaci di dire che il bene deve produrre ordine, non disordine. Con educatori capaci di dire che il rispetto senza criterio è sentimentalismo scolastico. Con uomini di Chiesa capaci di ricordare che la carità non consiste nello scomparire.
Modena avrebbe bisogno di alzare l’asticella. Di tornare a educare al Bello, che non è il decoro cosmetico né la gentilezza dei comunicati, ma la forma visibile di una vita ordinata. Il Bello è misura. È gerarchia. È chiarezza. È il contrario di quella mollezza civile che, per non dispiacere a nessuno, finisce col lasciare soli tutti: i residenti, i ragazzi, i fedeli.
Il declino delle forme comincia sempre così: con molte buone maniere e poco coraggio. Poi, un giorno, la città scopre di aver perso non soltanto l’ordine, ma perfino il linguaggio per rimpiangerlo.
A. Falzani
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