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Manovra finanziaria, 150 milioni per la lirica. Non basta

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L’opera lirica è l’unica ambasciatrice rimasta della nostra lingua, della nostra millenaria cultura e deve essere valorizzata


Manovra finanziaria, 150 milioni per la lirica. Non basta

Due secoli fa, tutto il mondo occidentale apprezzava la lingua italiana, s’impegnava a conoscerla per poter gustare al meglio lo spettacolo più in voga: l’opera lirica. Autori come Haendel e Mozart componevano drammi in italiano e quest’ultimo, il “Genio di Salisburgo”, si distaccò solo con il suo ultimo capolavoro, “Il flauto magico”. Ogni corte desiderava ospitare i musicisti italiani e, tanto per fare un esempio, gli Zar impazzivano letteralmente per la musica italiana, in particolar modo per quella partenopea, con Caterina La Grande che imponeva lo studio dell’italiano a corte.

Il nostro idioma, quindi, si diffondeva ovunque grazie all’opera lirica e, seppure con un interesse più moderato, è stato così fino al tempo di Verdi e Puccini con il Maestro di Lucca quale vero mattatore agli inizi del XX secolo.


Poi sono sorti altri spettacoli come il cinema, che ha imposto nel mondo uno stile e un linguaggio americano, e la nostra opera lirica è man mano diventata intrattenimento d'élite e di capelli bianchi, salvo rarissime eccezioni.
Molti cantanti stranieri giungono ancora in Italia per studiare il nostro repertorio, la dizione italiana e possono essere considerati quali ambasciatori di un linguaggio che ormai non ha più altre vie per diffondersi.
Questo interesse sul teatro dell’opera che va scemando è fisiologico, è la conseguenza di una civiltà più affascinata dalla tecnologia che dal sapere umanistico, ma in parte ha ragioni anche collegate alle politiche culturali, alla gestione degli Enti preposti a conservare e diffondere la nostra musica.

Dal dopoguerra in poi si è verificata una piccola rivoluzione in questo mondo che, fino a Giacomo Puccini, vedeva editori ed impresari a condizionare le scelte artistiche dei teatri: con l’istituzione degli Enti Lirici, a spese dello Stato, e dei Teatri di Tradizione, a pesare sul bilancio dei Comuni, con la Legge 800 la musica operistica si è trasferita sotto l’ombrello dei soldi pubblici e con il loro ingresso è arrivata la politica e la spartizione dei posti tra i partiti. Sovrintendenti e direttori artistici dovevano appartenere, in modo più o meno palese, ad uno schieramento, se volevano sperare di ricoprire quel ruolo. Ciò ha causato qualche problema nelle scelte artistiche, sia a carattere propositivo che di selezione dei principali attori quali il regista, il direttore d’orchestra, lo scenografo, il costumista… Occorre appartenere ad una certa “parrocchia” per poter intonare la Messa. E nell’arte, ma così è per qualsiasi attività, ciò non dovrebbe accadere. Il merito deve prevalere sulle tessere e gli ambienti che sostengono determinate ideologie.
A complicare il tutto è arrivata la pandemia da Sars-Covid con le sue chiusure, ma dall’attuale Governo è arrivato un segnale davvero molto importante, che per la prima volta affronta il grande e da sempre irrisolto tema della patrimonializzazione delle Fondazioni liriche italiane. La crisi è stata durissima, nonostante i ristori dello Stato, e i conti sono presto fatti: 60 milioni le perdite complessive nel 2020, 20 milioni i ristori. Tante sono state le iniziative di streaming, avviate durante il lockdown per mantenere saldi i rapporti con il pubblico, ma le criticità restano e a queste si sono aggiunti 40 milioni di mancato incasso.
Al primo punto, la definizione senza ambiguità della natura giuridica, perché le Fondazioni liriche continuano ad operare in una condizione non definita in cui è dubbioso quando sono pubbliche e quando sono private. Serve chiarezza e la soluzione potrebbe essere mettere insieme in un unico testo giuridico tutte le norme che si sono stratificate negli anni in maniera spesso contraddittoria.

Altro tema non meno dolente è il debito pregresso: sulle fondazioni grava un debito complessivo di 350 milioni – dovute anche a scelte artistiche discutibili e al loro costo - che ne rende molto complessa la gestione e sui quali i 150 milioni offerti dallo Stato con la manovra di bilancio offrono sollievo, ma non in modo risolutivo.
Molti Soprintendenti si rivolgono alla Camera per un intervento che affronti, se non tutti, almeno in parte i temi sul tavolo a partire dai finanziamenti erogati ogni anno dal Fus, il fondo unico per lo spettacolo. Gli Enti Lirici vorrebbe avere una erogazione a carattere triennale per poter programmare le attività con minor affanno.
La crisi c'è ancora e la ripresa deve essere sostenuta: prima del 2024 sarà difficile tornare agli incassi precedenti, che già non erano ottimali. Il Governo ha istituito in manovra il Set, il fondo per il sostegno economico temporaneo destinato ai lavoratori dello spettacolo, con a disposizione 20 milioni di euro per il 2022 e poi dal 2023 con 40 milioni l’anno. Ma su tutto grava il giudizio, non solo politico, che il teatro lirico sia ancora un luogo degli sprechi a spese della comunità. Il fatto è curioso visto che è stata proprio la politica, con la sua occupazione, ad aver generato certi comportamenti non virtuosi e, in una nuova era che s’apre a causa del Covid, forse si dovrebbe ripensare all’intero comparto, alla sua organizzazione, alla sua efficacia e prospettiva futura, che non possono derivare solo da un incremento delle sovvenzioni e dalla loro tempistica.
L’opera lirica è l’unica ambasciatrice rimasta della nostra lingua, della nostra millenaria cultura e deve essere non solo sostenuta economicamente, ma valorizzata anche con una precisa conoscenza nelle scuole e attraverso iniziative che coinvolgano i “giovani” o non si avrà il pubblico del “domani”.

Massimo Carpegna


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