Seong Gi-hun (Lee Jung-jae), un uomo divorziato e sommerso dai debiti, è avvicinato da un misterioso uomo d’affari, che gli propone di partecipare a una serie di vecchi giochi per bambini. In cambio ha la promessa che, se sarà il vincitore, gli sarà consegnata una cospicua somma di denaro.
Rinchiuso in un luogo sconosciuto, insieme ad altre 456 persone con gli stessi problemi, scopre un ambiente fatto di sorveglianza e sopratutto violenza.
Nel primo gioco, una versione aggiornata di “Un, due, tre, stella”, molti compagni di Gi-hun sono uccisi da guardie vestite di rosso e guidate da un capo spietato. Man mano che si aggiungono episodi, la tensione si fa sempre più opprimente e i partecipanti al gioco, nella speranza di salvarsi da quello sterminio collettivo, stringono alleanze tra loro.
Come nella maggioranza dei videogames – ma anche Squid Game lo diverrà presto – la morte perde la sua drammaticità e diviene divertimento, assuefazione, normalità. È ciò che piace, che attira pubblico, soprattutto tra gli adolescenti che non hanno gli strumenti per filtrare il messaggio di violenza e relegarlo a un mondo irreale. Basti pensare che, in soli 29 giorni di programmazione, “Squid Game” è stato visto da 111 milioni di spettatori. L’insegnamento, se così possiamo definirlo, a sostenere “Squid Game” è molto semplice: i partecipanti dovranno affrontare sei giochi infantili e chi perde è destinato alla morte. L’ultima delle 456 persone rimaste, vincerà un enorme premio in denaro.
Come detto, la vita e la morte perdono la loro sacralità e ogni azione è governata dall’unico vero dio che dirige l’esistenza di tutti: il denaro.
La confezione cinematografica è stata curata nel dettaglio e colpisce per la qualità, appare seducente. Ne sono un esempio le scenografie inquietanti, i colori pastello della prigione in cui i contendenti sono rinchiusi, i guardiani dalle facce coperte che scandiscono la vita dei giocatori, le maschere dei vip che assistono ai giochi e sottintendono la fama per coloro che partecipano agli scontri. Tutto ciò è l’ingrediente di un gioco visivo che è anche psicologico e conduce all’imitazione. Su Amazon, infatti, sono introvabili i costumi ispirati alla serie e tutti gli altri gadget. Ma, a prescindere dal messaggio, l’emulazione si fermerà a questo?
Per qualcuno non sarà così. Ecco la ragione di una polemica feroce – e forse non sgradita ai produttori della serie televisiva – che accompagna “Squid Game”.
Sui “social” si moltiplicano i post con bambini che riproducono gli antichi giochi proposti da “Squid Game” ma con le nuove e violente regole. Nelle foto, mimano il gesto di uccidere i compagni che hanno perso. Anche in tempi passati il “gioco della guerra” andava di moda con lo scontro tra cowboy e indiani, ma i bambini di “ieri” non erano oggetto continuo di messaggi violenti come quelli di oggi e, soprattutto, non imitavano pedestremente ciò che avevano visto. Nei western era spesso proposto lo scontro tra truppe regolari e nativi americani, ma nella trasposizione infantile, i bambini inventavano di sana pianta le loro storie con una diversa ingenuità. Qui, entrano in gioco richiami psicologici sotto traccia le cui conseguenze future non possono essere calcolate.
Per questa ragione, è online una petizione per sospendere la serie.
Massimo Carpegna


.jpg)
