Il rinvio della biennale dell’economia montana, per quanto essa stessa avrebbe necessità di un restyling, dà il senso di ciò che sono diventati gli amministratori locali: passacarte senz’anima. Perchè dopo un inverno e mezzo di impianti di risalita chiusi, però con assembramenti selvaggi per ciaspolare o per godersi un ristorante aperto a pranzo in zona gialla; quando invece tramite i tornelli in seggiovia si sarebbe potuto gestire tutto al meglio, quando tramite gli ingressi in albergo si poteva fare un tracciamento di base, quando con semplici dimostrazioni di vicinanza alla propria cittadinanza si sarebbe potuto allo stesso tempo dare un segnale forte al governo e dall’altro dare una buona mano alle strutture sanitarie; il rinvio di una fiera, che avverrebbe normalmente in giugno, a ridosso dell’inizio dell’estate, quindi con un calo naturale della carica virale dovuto alla stagione, e con la motivazione che “l’incertezza della curva epidemiologica non consente il lavoro preparatorio per un evento di questa portata, per mantenerne le qualità dovremmo partire adesso coi lavori preparatori e non ci sono le condizioni” significa una cosa sola: tagliarsi da soli
Sì perchè proprio perché esiste una condizione sanitario-ospedaliera come quella attuale, per quale motivo non cogliere l’opportunità di fare studi di fattibilità per eventi fieristici che possano essere compatibili con l’emergenza Covid-19? Perché non cogliere l’opportunità di sperimentare la coesistenza e la convivenza col virus e il ritorno a una vita normale? Perché non approfittarne, in un momento come quello attuale, per creare anche nuovi posti di lavoro, pur se temporanei, ma fatti apposta per far sì che eventi del genere possano riuscire? Senza dimenticare che la “Fiera dell’Economia Montana” è un evento prevalentemente all’aperto, tre mesi non sono sufficienti per ricosiderare spazi, predisporre aree, creare percorsi che evitino assembramenti, studiare stand gastronomici allestiti in sicurezza e garantire sicurezza per espositori e visitatori? Non si poteva cogliere l’occasione per sperimentare un nuovo modo di fare fiere e turismo in montagna?
L’impressione, a questo punto, dopo un anno di pandemia è una sola: manca il coraggio. I sindaci della montagna, da referenti di protezione civile locale, hanno dimostrato più interesse al tornaconto in termini elettorali legato al pericolo pandemico (dato non piccolo, a Pavullo si vota in autunno) che non il coraggio di guardare avanti e tutelare realmente cittadini ed esercenti.
Dopo un anno di emergenza è intollerabile che nemmeno ci si provi a uscire da questo recinto di paura, oramai più narrata che percepita. In un anno di cose se ne possono fare, oramai il Covid-19 è diventato l’alibi per disfare.
Stefano Bonacorsi


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