Per l'amianto ritrovato dall'Arpa di Modena a partire dall'autunno del 2012 nei cantieri della ricostruzione post sisma delle sue aziende, Augusto Bianchini 'si arrovellava', non 'capiva come era potuto succedere' e aveva ipotizzato perfino 'un sabotaggio', da parte di uno dei suoi fornitori. P
arlando al telefono (intercettato) con i suoi familiari e tecnici 'si interrogava anche sui controlli di Arpa, più sofisticati di quelli dei laboratori di cui si serviva che avevano dato esito positivo' e pensava continuamente a come prendere 'delle contromisure'. Un comportamento che, per l'avvocato dell'imprenditore Stefano Bonfante che ha sfoderato nella sua arringa le intercettazioni, stride in sostanza con quello di chi 'ha dolosamente ritirato materiale contaminato'.
Inoltre, osserva il legale, 'proprio in un periodo di ricostruzione, quando era lecito aspettarsi dei controlli, Bianchini avrebbe usato materiale nocivo? Dandolo poi proprio agli enti pubblici con cui ha lavorato per anni, nei territori dove vive?'. Questo, sottolinea il difensore 'è un atteggiamento non sorretto da alcuna logica o buon senso imprenditoriale'. In sostanza quindi 'ci può essere stata qualche falla, qualche superficialità come dicono i miei assistiti in una intercettazione, ma non dolo', conclude l'avvocato. Secondo l'accusa invece gli imprenditori erano perfettamente consapevoli della presenza del materiale pericoloso, al punto che in alcuni siti avrebbero steso una colata di cemento per impedire analisi approfondite di Arpa, dopo quelle preliminari effettuate dall'agenzia ambientale.
'Amianto nei cantieri post-sisma? Da Bianchini non vi fu dolo'
Secondo l'accusa invece gli imprenditori erano perfettamente consapevoli della presenza del materiale pericoloso
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