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Il 25 aprile nella Seconda Repubblica: legittimazione, de-legittimazione e oblio

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La riflessione di Marco Gervasoni


Il 25 aprile nella Seconda Repubblica: legittimazione, de-legittimazione e oblio

In un recente volume – una miscellanea di saggi a cura di paolo Carusi e Marco De Nicolò, dal titolo Il 25 aprile dopo il 25 aprile. Istituzioni, politica, cultura (Viella, 2017) – Marco Gervasoni, docente di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi del Molise, riflette sul significato che la festa del 25 aprile è venuta assumendo negli anni della cosiddetta Seconda Repubblica. La tesi centrale del suo studio si basa sulla constatazione che i vari attori politici hanno utilizzato le celebrazioni della Liberazione «per legittimarsi e al tempo stesso per delegittimare l’avversario, cioè per trasformare l’avversario in nemico». «Con legittimazione – prosegue lo storico – definiamo qui i discorsi e le pratiche degli attori politici intenti a dimostrare di potersi muovere nella polis e anche di guidarla. Con delegittimazione intendiamo invece le pratiche e i discorsi con cui gli attori politici vogliono convincere che i loro avversari costituiscono un pericolo per la polis, mortale se dovessero giungerne al comando».

Il racconto di Gervasoni prende le mosse dagli anni Ottanta, periodo durante il quale inizia ad affievolirsi il mito politico dell’antifascismo (nel senso storico e letterale della parola), in coincidenza con la crisi del blocco comunista e l’esaurirsi delle ondate contestatarie post-sessantottine. A partire da queste premesse, nei primi anni Novanta si assiste ad una “normalizzazione” degli anniversari del 25 aprile, «spesso disertati, soprattutto quando si collocano all’inizio o alla fine dei “ponti” vacanzieri». A questo diffuso disinteresse, presto si aggiunge l’ostilità sempre più manifesta di forze politiche nuove, in parte attratte dalle tradizionali argomentazioni del MSI, ma sostanzialmente determinate a mettere in discussione la festività per ragioni – ideologiche, ma anche opportunistiche – che con il senso “storico” della ricorrenza hanno ben poco a che spartire. È il caso, per esempio, della Lega Nord, che accanto al Movimento sociale contesta il 25 aprile in quanto “festa della partitocrazia”, con chiaro riferimento – negli anni di Tangentopoli – alle forze politiche “corrotte” che detengono il potere.

Il quadro ovviamente cambia con l’avvento di Silvio Berlusconi e l’affermazione – difficilmente pronosticabile alla vigilia – di un centro-destra composito, aperto ai leghisti e ai post-fascisti di Alleanza nazionale. In cerca di legittimazione dopo la clamorosa vittoria elettorale del 1994, «leghisti e forzisti – scrive Gervasoni – hanno tutta l’intenzione, in un primo momento, di festeggiare canonicamente il 25 aprile […], cioè di prendere parte alla manifestazione nazionale che si svolge a Milano». In un articolo apparso su «Repubblica», Berlusconi afferma in quei giorni che «Liberazione, Repubblica e Costituzione sono pezzi di una storia comune, appartengono in vario modo e a vario titolo a tutti gli italiani delle più diverse generazioni e delle più diverse parti». Parole, queste, che tuttavia non evitano sonori fischi a Bossi e ai leghisti – di fatto esclusi dalla piazza –, e non contribuiscono in definitiva a rasserenare gli animi, con il risultato che il presidente del Consiglio decide alla fine di non partecipare alla manifestazione, visto il clima di pesante tensione.

Scrive Gervasoni: «Chi ha creato questo clima? Non è il Pds ma sono l’estrema sinistra, Rifondazione comunista e i cosiddetti “movimenti” a considerare la manifestazione del 25 aprile una rivincita rispetto al risultato elettorale, a cui implicitamente si riconosce una scarsa legittimità, e soprattutto a trasformarla in una iniziativa di lotta contro il “nuovo fascismo”. Tuttavia, come spesso era avvenuto nella storia repubblicana, in nome del pas d’ennemis à gauche il partito di Botteghe oscure non si oppone a questa lettura, anzi lo stesso segretario Achille Occhetto sembra sostenerla, visto che si spinge a un ardito paragone storico tra i vincitori delle elezioni e la “destra che incendia il Reichstag e poi dà la colpa agli altri”».

La sinistra, in sostanza, utilizza il 25 aprile del 1994 per delegittimare l’avversario politico, giudicato moralmente indegno e incompatibile con i valori della Resistenza celebrati nel corso della ricorrenza. Così facendo, però, essa contribuisce a rafforzare un bipolarismo allora ancora incerto e, additando il Cavaliere quale proprio acerrimo nemico, di fatto «finisce per collocare Berlusconi in una posizione di assoluta centralità nell’Italia moderata».

Con la vittoria dell’Ulivo alle elezioni del 1996, la frattura tra centro-destra e centro-sinistra in merito alla questione del 25 aprile si fa più profonda, tra inviti a ignorare o cambiare nome alla festa da una parte, e tentativi di appropriazione della stessa dall’altra. Su queste basi, l’anno seguente l’esortazione rivolta dal presidente della Camera Luciano Violante alla sinistra affinché «si liberi di un’idea proprietaria del 25 aprile» cade nel vuoto, ed anzi viene del tutto ignorata dagli esponenti dell’estrema sinistra, convinti – come afferma Fausto Bertinotti nel 1998 – che le celebrazioni della Liberazione debbano fungere da «lezione di antifascismo» per politici come Fini, reo di aver dichiarato di non gradire un insegnante omosessuale per i suoi figli. «Abbiamo qui – sottolinea Gervasoni – il primo esempio di attualizzazione per così dire allotria del mito politico antifascista, caricato cioè di contenuti estranei alla Resistenza. Se per Bertinotti il 25 aprile è anche la festa contro la discriminazione dei gay, per il presidente del Consiglio Romano Prodi, impegnato nel far entrare il paese nei parametri UE, la politica europea del governo si pone in continuità con lo spirito della Liberazione. Ma Violante non viene ascoltato neppure dal segretario del suo partito: Massimo D’Alema ricorda infatti a un uditorio di militanti pidiessini che a impegnarsi nella Resistenza non furono tutti gli italiani ma “solo una parte”, “la migliore”, a cui “noi apparteniamo”».

La delegittimazione, tuttavia – specie quando si è al governo e ci si trova a dover prendere decisioni impopolari – è un’arma a doppio taglio, tanto che lo stesso D’Alema, subentrato a Prodi a Palazzo Chigi, il 25 aprile 1999 viene etichettato come “fascista” e “l’ameriKano” dai no global e dai centri sociali, che a Milano aggrediscono il consolato USA in odio alla guerra in Kosovo. In questo caso, la festa della Liberazione diviene dunque “pacifista” e, soprattutto, “anti-americana”, in un clima generale di drastica radicalizzazione dello scontro politico che vede contrapposte un’area moderata e un’ala di estrema sinistra, avversaria, come visto, non del solo blocco berlusconiano.

Il quadro politico muta nuovamente all’indomani della vittoria del centro-destra alle elezioni del 2001. In questa fase si assiste a una riproposizione dello scontro tra i due blocchi della maggioranza e dell’opposizione (ricompattatasi in nome dell’antiberlusconismo), con l’alternarsi di contromanifestazioni (Forza Nuova), proposte di cambiare nome alla festa del 25 aprile (AN) o di sfilare senza esibire simboli politici (Forza Italia) da una parte, e dichiarazioni del tipo «essere italiani vuol dire essere antifascisti» (Giuliano Amato) dall’altra. Ciò che tuttavia emerge, in realtà, è la crisi generale delle certezze ideologiche: tra una destra (efficacemente definita “anti-antifascista”) chiaramente in imbarazzo perché incapace di accreditarsi quale legittima erede – insieme con le altre forze politiche – dei valori della Resistenza (significativa, al riguardo, la scelta di investire propagandisticamente sulla figura di Edgardo Sogno) e una sinistra – talvolta paradossalmente contestataria di se stessa – che non accetta “intrusioni” nel campo della memoria partigiana, la festa della Liberazione perde sostanzialmente di significato, ed anzi finisce con l’assumere un carattere strumentale, trasformandosi – scrive Gervasoni – in «una rituale manifestazione di opposizione al governo» e in «un’occasione interna alla sinistra per regolare i propri conti».

Questa ritualità – una costante delle celebrazioni del quadriennio 2001-2004 – viene rotta nel 2005 dalla dichiarazione con la quale Berlusconi afferma di voler prendere parte alla manifestazione del 25 aprile, al fine di spegnere le tensioni interne al paese. Accolto dalle bellicose reazioni della sinistra radicale e di un Prodi che ritiene il Cavaliere incompatibile con i valori della festa per via del suo progetto di riforma istituzionale «che stravolge la Costituzione», l’annuncio del premier finisce col rimanere una semplice dichiarazione di intenti. Alla fine, infatti, Berlusconi non parteciperà ai festeggiamenti ufficiali, che saranno scanditi dalla solita violenza politica.

Scene simili si ripetono, del resto, durante le celebrazioni dell’anno seguente – dopo la fragile vittoria elettorale dell’Unione –, con l’episodio simbolo della dura contestazione alla candidata sindaco di Milano Letizia Moratti e, soprattutto, a suo padre, ex deportato a Dachau. Due anni dopo, questo clima di forte ostilità nei confronti della sua coalizione e della sua persona spinge Berlusconi – ritornato al governo e all’apice del consenso – a recitare un discorso nel quale la Resistenza diventa «con il Risorgimento, uno dei valori fondanti della nostra nazione, un ritorno alla tradizione di libertà». Ma si tratta, a ben vedere, di un tentativo velleitario di auto-legittimazione, inutile perché incentrato sullo sfruttamento di una festa nazionale che ha ormai perso mordente.

Secondo Gervasoni, in definitiva, «si deve parlare di esaurimento di senso della festa della Liberazione, già visibile negli anni Ottanta, a cui comunque ha inferto un duro colpo la guerra civile fredda tra berlusconismo e antiberlusconismo. Un conflitto che ha forzato il carattere di strumentalità del 25 aprile non solo agli occhi dell’Italia moderata, sempre diffidente nei confronti del centro-sinistra anche se delusa dal centro-destra, ma anche a molti elettori del Pd, ormai stanchi di combattere una tenzone virtuale. La festa della Liberazione ha così finito per perdere persino “la retorica celebrativa” ed è diventata sempre più “ostaggio di minoranze chiassose” di “sabotatori violenti che ogni anno inscenano la liturgia collaudata dei fischi, delle contestazioni, delle provocazioni, delle intimidazioni, delle parole intossicate”».

Il 25 aprile dei giorni nostri, in effetti, è lontano dagli italiani e soprattutto dalle giovani generazioni, in quanto ostaggio di una retorica vuota e di un apparato di partiti incapaci di produrre idee nuove, di superare l’«ormai logoro clivage fascismo-antifascismo». Resta poi da chiedersi quale sia, oggi, il senso della festa. Canonicamente, essa celebra la liberazione dai tedeschi – da decenni nostri alleati (al riguardo vale la pena ricordare che agli inizi degli anni Settanta Pompidou cancellò in Francia il rituale dei festeggiamenti per la celebrazione della vittoria sulla Germania nella seconda guerra mondiale, in nome della ritrovata fratellanza europea) – e la fine della guerra civile, ossia la vittoria di una parte degli italiani su un’altra. Possibile dunque – conclude provocatoriamente Gervasoni – che, come suggerivano gli antichi Greci, «l’unico modo per superare una guerra civile e ricomporre l’unità della polis» sia «quello non di ricordare continuamente questa frattura ma di dimenticarla»?

Luigi Malavasi Pignatti Morano



Luigi Malavasi Pignatti Morano
Luigi Malavasi Pignatti Morano

Luigi Malavasi Pignatti Morano si è laureato con lode alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Parma con una tesi in Storia contemporanea. P..   Continua >>




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