Non stiamo parlando di idee giuste o sbagliate. Questo è il punto che la sinistra spesso non capisce. Si possono anche avere battaglie giuste, sacrosante, condivisibili. Ma in politica non conta solo avere ragione: conta scegliere le priorità e conta scegliere chi ti rappresenta. Se una forza politica viene identificata ogni giorno in televisione o sui giornali con polemiche, provocazioni, casi personali e battaglie simboliche, agli elettori arriva un messaggio molto semplice: questi si occupano di tutto tranne che dei miei problemi.
Il caso di Ilaria Salis è emblematico. Non entro nel merito delle vicende personali o giudiziarie. Il punto è politico: una parte enorme dell’elettorato non sa esattamente quale sia la sua attività politica concreta, ma sa perfettamente che è sempre al centro dell'attenzione per polemiche, scontri, dichiarazioni e questioni personali. E questa esposizione continua, piaccia o no, politicamente non porta voti: li allontana.
Vale in parte lo stesso discorso per Francesca Albanese: temi internazionali, diritti, geopolitica, questioni enormi e complesse, ma percepite dalla maggioranza degli italiani come lontanissime dalla vita quotidiana. E quando una parte politica viene identificata più con le grandi questioni internazionali che con le liste d’attesa in ospedale o con gli stipendi bassi, poi non deve stupirsi se perde le elezioni.
Un altro caso significativo è quello di Aboubakar Soumahoro. Alle elezioni politiche del 2022 era candidato nel collegio uninominale di Modena, dove però è stato sconfitto dalla candidata del centrodestra. È entrato comunque in Parlamento grazie al sistema proporzionale cioè non perché eletto direttamente dagli elettori del collegio, ma perché inserito nelle liste del suo partito.
Questo passaggio è politicamente molto importante, perché dimostra la differenza tra il voto reale dei territori e i meccanismi dei partiti. In un territorio come quello modenese, fatto di imprese, operai, artigiani, partite IVA e famiglie, gli elettori non lo hanno scelto direttamente.
È proprio nei collegi e nei territori reali che si capisce la differenza tra le battaglie simboliche e la percezione che gli elettori hanno di chi li rappresenta. Perché le elezioni politiche non si vincono sui social, non si vincono nei salotti televisivi e non si vincono nemmeno con i referendum. Si vincono nei territori, nei collegi, dove le persone votano chi ritengono più credibile per rappresentarle.
Lo stesso discorso vale per figure come Carola Rackete o per battaglie portate avanti da politici come Alessandro Zan. Attenzione: qui non si sta dicendo che le battaglie siano giuste o sbagliate. Si sta dicendo una cosa molto più semplice e molto più politica: se una forza politica viene identificata quasi esclusivamente con battaglie identitarie e divisive, e non con economia, lavoro, sanità, sicurezza e imprese, quella forza
È brutale dirlo, ma qualcuno prima o poi deve dirlo: le elezioni non si vincono con i personaggi che fanno tendenza sui social o che riempiono i talk show per settimane. Le elezioni si vincono con persone che gli elettori percepiscono come capaci di governare e soprattutto interessate a risolvere i loro problemi che sono sempre gli stessi: stipendi bassi, costo della vita, sanità che non funziona, lavoro precario, sicurezza, casa, imprese che chiudono, giovani che se ne vanno dall’Italia. Se la sinistra vuole tornare a vincere deve tornare a parlare quasi solo di questo. Quasi ossessivamente di questo.
Le elezioni europee sono elezioni di opinione. I referendum sono voti su un tema. Le elezioni politiche, soprattutto nei collegi uninominali, sono elezioni di fiducia e la domanda che si fa l’elettore quando entra nella cabina elettorale è sempre la stessa: queste persone si occuperanno dei miei problemi oppure no? Finché la sinistra non si farà questa domanda con grande onestà sui propri gruppi dirigenti, sui propri candidati e soprattutto sui propri testimonial mediatici, continuerà a vincere i referendum e a perdere le elezioni politiche. Perché, in politica, c’è una regola semplice che tutti conoscono ma che pochi hanno il coraggio di dire: i voti non li portano i personaggi più rumorosi. Li portano le persone più credibili e tra un anno e mezzo le elezioni politiche non si vinceranno nei talk show, ma nei collegi, nei territori, nella vita reale delle persone.
B. Lazzari


