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La sinistra e le battaglie che fanno perdere le elezioni

La sinistra e le battaglie che fanno perdere le elezioni

Il referendum non è un’elezione politica: se la sinistra vuole vincere deve tornare a parlare di stipendi, sanità, lavoro e imprese, non di polemiche televisive


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Torno su un punto che molti nel centrosinistra fingono di non vedere: aver vinto un referendum non significa aver vinto le elezioni politiche. Non c’è automatismo, non c’è travaso automatico di voti, non esiste alcuna legge della politica che dica che chi vince un referendum poi vince le elezioni. Le elezioni politiche sono un’altra cosa: si vota una classe dirigente, si vota chi deve governare, si vota chi deve occuparsi dei problemi concreti delle persone. Ed è qui che la sinistra continua a commettere lo stesso errore da anni: scegliere i testimonial sbagliati e le battaglie sbagliate o quantomeno percepite come lontane dalla vita reale della maggior parte degli italiani.
Non stiamo parlando di idee giuste o sbagliate. Questo è il punto che la sinistra spesso non capisce. Si possono anche avere battaglie giuste, sacrosante, condivisibili. Ma in politica non conta solo avere ragione: conta scegliere le priorità e conta scegliere chi ti rappresenta. Se una forza politica viene identificata ogni giorno in televisione o sui giornali con polemiche, provocazioni, casi personali e battaglie simboliche, agli elettori arriva un messaggio molto semplice: questi si occupano di tutto tranne che dei miei problemi.
Il caso di Ilaria Salis è emblematico.
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Non entro nel merito delle vicende personali o giudiziarie. Il punto è politico: una parte enorme dell’elettorato non sa esattamente quale sia la sua attività politica concreta, ma sa perfettamente che è sempre al centro dell'attenzione per polemiche, scontri, dichiarazioni e questioni personali. E questa esposizione continua, piaccia o no, politicamente non porta voti: li allontana.
Vale in parte lo stesso discorso per Francesca Albanese: temi internazionali, diritti, geopolitica, questioni enormi e complesse, ma percepite dalla maggioranza degli italiani come lontanissime dalla vita quotidiana. E quando una parte politica viene identificata più con le grandi questioni internazionali che con le liste d’attesa in ospedale o con gli stipendi bassi, poi non deve stupirsi se perde le elezioni.
Un altro caso significativo è quello di Aboubakar Soumahoro. Alle elezioni politiche del 2022 era candidato nel collegio uninominale di Modena, dove però è stato sconfitto dalla candidata del centrodestra. È entrato comunque in Parlamento grazie al sistema proporzionale cioè non perché eletto direttamente dagli elettori del collegio, ma perché inserito nelle liste del suo partito.
Questo passaggio è politicamente molto importante, perché dimostra la differenza tra il voto reale dei territori e i meccanismi dei partiti. In un territorio come quello modenese, fatto di imprese, operai, artigiani, partite IVA e famiglie, gli elettori non lo hanno scelto direttamente.
È stato eletto lo stesso, ma attraverso le liste. E quando poi sono esplose le polemiche e le vicende che lo hanno riguardato, la brutta figura politica non è ricaduta solo su di lui, ma su tutto il campo politico che lo aveva candidato e su un territorio che si è sentito usato come collegio considerato sicuro.
È proprio nei collegi e nei territori reali che si capisce la differenza tra le battaglie simboliche e la percezione che gli elettori hanno di chi li rappresenta. Perché le elezioni politiche non si vincono sui social, non si vincono nei salotti televisivi e non si vincono nemmeno con i referendum. Si vincono nei territori, nei collegi, dove le persone votano chi ritengono più credibile per rappresentarle.
Lo stesso discorso vale per figure come Carola Rackete o per battaglie portate avanti da politici come Alessandro Zan. Attenzione: qui non si sta dicendo che le battaglie siano giuste o sbagliate. Si sta dicendo una cosa molto più semplice e molto più politica: se una forza politica viene identificata quasi esclusivamente con battaglie identitarie e divisive, e non con economia, lavoro, sanità, sicurezza e imprese, quella forza
politica non vince le elezioni.
È brutale dirlo, ma qualcuno prima o poi deve dirlo: le elezioni non si vincono con i personaggi che fanno tendenza sui social o che riempiono i talk show per settimane. Le elezioni si vincono con persone che gli elettori percepiscono come capaci di governare e soprattutto interessate a risolvere i loro problemi che sono sempre gli stessi: stipendi bassi, costo della vita, sanità che non funziona, lavoro precario, sicurezza, casa, imprese che chiudono, giovani che se ne vanno dall’Italia. Se la sinistra vuole tornare a vincere deve tornare a parlare quasi solo di questo. Quasi ossessivamente di questo.
Le elezioni europee sono elezioni di opinione. I referendum sono voti su un tema. Le elezioni politiche, soprattutto nei collegi uninominali, sono elezioni di fiducia e la domanda che si fa l’elettore quando entra nella cabina elettorale è sempre la stessa: queste persone si occuperanno dei miei problemi oppure no? Finché la sinistra non si farà questa domanda con grande onestà sui propri gruppi dirigenti, sui propri candidati e soprattutto sui propri testimonial mediatici, continuerà a vincere i referendum e a perdere le elezioni politiche. Perché, in politica, c’è una regola semplice che tutti conoscono ma che pochi hanno il coraggio di dire: i voti non li portano i personaggi più rumorosi. Li portano le persone più credibili e tra un anno e mezzo le elezioni politiche non si vinceranno nei talk show, ma nei collegi, nei territori, nella vita reale delle persone.

 

B. Lazzari
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