Un episodio che descrive come quel voto che per la prima volta nella storia d'Italia veniva concesso alle donne non era importante come conquista di civilità e di parità ma soltanto nella sua utilità alla causa del partito comunista. Da votare, senza ragionare, per non fare vincere i cattivi, i 'nemici'. Eseguendo un ordine dall'alto, dai compagni rappresentanti del partito stesso.
Un episodio che descrive come il fatto che migliaia di cittadini, e soprattutto donne, non sapesse né leggere né scrivere, non rappresentava un problema nel momento in cui quelle stesse donne erano in grado di tracciare una X per dare non un voto ma 'quel voto'.
Episodio che se contestualizzato avrebbe semplicemente avuto il valore di testimonianza storica, fotografia di una società d'altri tempi in cui le donne erano state fino a quel momento riconosciute come non degne nemmeno di votare. Invece no. Ciò che fa riflettere e che rappresenta una nota stonata nelle tante note che hanno accompagnato la giornata, è che nelle parole della studentessa e nel fatto stesso di essere pronunciate lì, in quella piazza che dovrebbe essere simbolo di unità istituzionale e costituzionale e non di divisione politica e ideologica, quell'episodio risuona come valore attuale, manifesto politico a cui fare riferimento, espressione di principi degni anche di ricevere l'applauso generale della platea dele autorità, che risuonerà, poco dopo, con pochi, anzi quasi nessun distinguo.
Gi.Ga.


