La lettura di Cantelmi sull'accaduto parte dai dati clinici e dal contesto sociale. Ricorda che tra i migranti di prima generazione 'i tassi di sofferenza psicologica, come ansia e depressione, raggiungono il 30-40%', mentre tra i giovani nati o cresciuti in Italia 'le patologie psichiatriche gravi, come le psicosi, sono significativamente più frequenti rispetto ai genitori'. Per lui questo scarto è il segno di un conflitto identitario profondo: 'È la domanda lacerante: chi sono io veramente? È lì che l’esclusione può trasformarsi in una rabbia potente e antisociale'.
A questo si aggiunge un sistema di cura che non riesce più a reggere: 'In Italia mancano 7.500 operatori psichiatrici e il 40% dei pazienti gravi esce precocemente dalle cure. È un dato che parla da solo'.
Per Cantelmi, l'attentato di Modena è un campanello d’allarme: 'L’evento del 18 maggio lo considero un evento sentinella. Ci obbliga a riflettere su che tipo di approccio vogliamo avere e su come possiamo intervenire. Non sto parlando delle politiche migratorie: quello è un tema che sta prima, sto parlando delle seconde generazioni, che saranno il nodo centrale dei prossimi mesi e anni'. Aggiunge che la psichiatria non può essere usata come spiegazione totale: 'Tendiamo a cercare spiegazioni psichiatriche che non sempre reggono. Dobbiamo avere il coraggio di vedere la psicologia dove c’è, ma anche tutto il contesto sociale, le relazioni, la complessità'. Racconta di aver discusso con un collega che sosteneva come 'il disturbo schizoide di personalità non genera questo tipo di comportamenti', e in relazione ad El Koudri osserva che 'non sappiamo se non ci sia stata un’evoluzione più decisamente delirante, che poi si aggancia a comportamenti normalizzati dalla rete'. È proprio il ruolo delle community virtuali a preoccuparlo: 'Oggi comportamenti disadattativi vengono normalizzati.
Per questo, conclude, l’attacco segna una cesura: 'Credo che questo evento segni uno spartiacque, un prima e un dopo. Se abbiamo a cuore la nostra società, non possiamo ignorarlo. Davanti a traumi dolorosi tendiamo a dissociarci, ma parlare è il vero percorso che dobbiamo incrementare'.
La lettura di Bergoglio Errico si colloca invece sul piano della sicurezza e della radicalizzazione. Per lui non ci sono dubbi: 'Questo è un attentato terroristico. Fino a qui nessuno dovrebbe dire niente, perché è esattamente ciò che è'. La dinamica dell’attacco, spiega, rientra pienamente nella metodologia del terrorismo individuale ispirato all’estremismo jihadista: 'Se fosse solo la macchina, qualche dubbio potrebbe esserci. Ma poi esce dalla macchina e usa anche il coltello. Sono i due strumenti per eccellenza del terrorismo fai‑da‑te. Non è una novità: lo vediamo da tempo'.
Errico ricorda che in Italia esistono precedenti simili, con l'uso del coltello ma conferma che con l'auto sulla folla rappresenta il primo caso in Italia. Cita il caso di Tommaso Hosni‑Smail, che nel 2017 a Milano accoltellò dei militari: 'Fu condannato a cinque anni e otto mesi per tentato omicidio, ma l’aggravante di terrorismo fu archiviata'.
Nel caso di Modena, Errico individua diversi elementi che richiamano l’estremismo jihadista. Il primo è l’odio espresso dall’attentatore: 'Ha inveito contro i cristiani e contro Gesù Cristo. Questo è tipico del terrorismo jihadista. L’odio verso cristiani ed ebrei è un tratto distintivo'. Il secondo è il riferimento al martirio: 'Ha detto: sono uscito di casa sapendo di dover morire. Sapevo che quel giorno sarei morto. Questo è un elemento chiarissimo della narrativa jihadista'. Il terzo è la circolazione del video dell’attacco: 'Il video è stato rilanciato da piattaforme online jihadiste. Questo punto di emulazione è importantissimo'. Errico ricorda infatti che pochi giorni dopo, il primo giugno, è stato arrestato Zaccaria Benatti, ventunenne nato in Italia e simpatizzante dell’ISIS: 'Aveva più volte fatto riferimento all’attacco di Modena. L’attacco è già diventato un simbolo di questo jihadismo strano'.
Le due letture non si escludono: si muovono su piani diversi ma si completano. Perchè è su individui deboli, che cercano punti di riferimento, e hanno rabbia, che possono fare presa più presa certe ideologie. Cantelmi richiama l’attenzione sulle fragilità psichiche e identitarie delle seconde generazioni, aggravate da un sistema di cura insufficiente. Errico colloca l’attacco dentro la mappa del terrorismo contemporaneo, ricordando che la propaganda jihadista, responsabile di gravi violenze e violazioni dei diritti umani, sfrutta proprio individui isolati, fragili e facilmente suggestionabili. In entrambi i casi, l’attacco del 18 maggio appare come un fatto che segna un prima e un dopo, e che l’Italia non può permettersi di ignorare e, come sembra stia invece accadendo, farlo cadere nel silenzio.

.jpg)

