Un tema, quello della manutenzione, che torna alla ribalta e all'attenzione purtroppo solo quando succedono i disastri. A Modena, nonostante eventi avversi importanti ma classificati comunque piccoli in termini di portata della piena si sono avute due alluvioni in 6 anni, sul Secchia (nel 2014) con la devastazione di Bomporto e Bastiglia, e un morto, e sul Panaro (nel 2020), con la devastazione a Nonantola. Ma si è appunto dovuti arrivare all'alluvione del 2014, per attuare, dopo decenni di mancata o scarsa manutenzione degli argini e degli alvei fluviali e delle aree golenali, un piano strutturale di interventi. Che ha interessato prevalentemente il fiume Secchia, il più critico, almeno sulla carta, su cui pesa l'inadeguatezza del sistema delle casse di espansione, ancora ferme agli anni 80 e per le quali insiste solo ora in via definitiva un progetto capace di innalzarne la capacità, oggi limitati a garantire il taglio del picco di una piena con Tempo di Ritorno a 20 anni (con portata simile a quella del 2020). Parametro che prima del 2014 non era garantito nemmeno in molti tratti di arginature a valle delle casse di espansione e sui quali si è proceduto, appunto, dopo il 2014, con lavori di innalzamento e risagomatura. Che hanno si elevato il livello di contenimento in aree critiche come quella nel tratto di Ponte Alto, San Matteo (punto di rottura del 2014) e Ponte Uccellino e da li fino a Bastiglia (così da garantire un maggiore margine di sicurezza in quei tratti), ma che in generale non hanno portato all'innalzamento dello standard di sicurezza a piene medie e grandi, centenarie, sulle quali si basa lo stato di sicurezza teorica del sistema. E questo è il punto: il sistema non è in sicurezza, se non per eventi di piena limitati, come quello che sta ancora transitando, quasi paragonabile a quello del 2020. Un sistema la cui tenuta potrebbe essere messa a rischio da eventi più importanti, anche solo a quelli che hanno interessato la Romagna in questi giorni.
Il tema della manutenzione preventiva e dell'azione sui punti critici che sono ben fissati anche in relazioni tanto oggettive quanto 'politicamente scomode' sul rischio idraulico come quella dell'ingegnere Gianluca Zanichelli, allora Direttore Aipo, e redatta nel 2016 nel periodo post alluvione causata dalla rottura dell'argine del Secchia, nel comune di Modena, è e rimane centrale. Una manutenzione basata su una visione territoriale di insieme che deve riguardare l'intero territorio, a partire dalla montagna dove l'acqua arriva, spopolata soprattutto nelle sue aree rurali e pedecollinari, dove anche i lunghi anni di escavazione di ghiaia hanno completamente trasformato territori e alvei fluviali, sia del Secchia che del Panaro, con effetti devastanti anche i termini di erosione e velocità dell'acqua nella sua discesa a valle.
L’Emilia-Romagna è anche ai primi posti per consumo del suolo. “In questa direzione occorrerà fare attente valutazioni successive – continua Antolini -. Qualcosa bisognerà fare; che cosa cercheremo di capirlo a mente fredda, alla luce dell’eccezionalità dell’evento'.
Gi.Ga.


