'Marco voleva avere una squadra di 1000 bambini per insegnargli ad andare in bici. Lui alla fine non è riuscito a realizzarlo ma ho deciso di farlo io al posto suo. Per me è stato un grande sacrificio, più volte ho sentito gente dire: 'ma non ti vergogni ad indossare la maglia di un drogato?'. Dopo 12 anni però non ce l'ho più fatta e ho lasciato. Non per colpa dei bambini, sia chiaro. Per colpa dei genitori. Quando vedi un genitore mettere il caffè nelle borracce dei bambini capisci che il ciclismo è destinato a morire... I bambini a quell'età devono fare gruppo, devono stare bene, divertirsi come faceva Marco. Oggi c'è un'idea della competitività assurda, esagerata'. Oggi ricorre il 19esimo anniversario della morte di Marco Pantani. La madre ha raccontato un po' di Marco 'intimo' al Corriere dello Sport.
'Marco era un burlone, in casa ci stava poco, pedalava tutto il giorno e in inverno quando non poteva uscire stava in cantina a montare e smontare qualsiasi cosa. Quando ha iniziato ad andare in bicicletta lo faceva per gioco ed è stato così fino a quando è diventato professionista. Ha iniziato perché vedeva i suoi compagni uscire in bicicletta con il gruppo ciclistico Fausto Coppi di Cesenatico e un giorno è andato dietro con la mia bicicletta da donna. Quando sono tornata a casa da lavorare l'ho trovato steso a letto. Mi fa: 'Mamma oggi sono andato dietro a quelli della Fausto Coppi, sono stanco morto ma non mi hanno mica staccato!''. 'Un giorno, dopo essere passato professionista, è venuto al chiosco e mi ha detto: 'Mamma, io voglio smettere di correre. 'Ma cosa sei matto!? Con tutti i sacrifici che hai fatto!'. 'Non è più lo stesso sport'. Solo dopo ho capito cosa volesse dire'.
Diciannove anni senza Marco Pantani
La mamma: 'Marco voleva avere una squadra di 1000 bambini per insegnargli ad andare in bici'
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