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Superlega? Che nostalgia per quelle coppe al mercoledì

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Cosa resta del calcio, quello romantico, di Ciotti, Ameri, dell’odore di olio canforato negli spogliatoi, del profumo dell’erba appena tagliata


Superlega? Che nostalgia per quelle coppe al mercoledì
C’erano una volta la Coppa dei Campioni, a cui partecipavano solo le squadre che avevano vinto i rispettivi campionati, Campioni, appunto; e la Coppa delle Coppe, a cui partecipavano le squadre che avevo vinto le rispettive coppe nazionali; e anche la coppa Uefa, a cui partecipavano le squadre classificate dal secondo al quarto posto in classifica.

Tutti i turni erano a eliminazione diretta, fin dai sedicesimi, mentre la coppa Uefa addirittura cominciava dai sessantaquattresimi di finale, con partite di andata e ritorno.

Tutte le gare si disputavano al mercoledì, il famoso “mercoledì di coppe” con inizio alle ore 14.30; solo più tardi, con la diffusione della TV a colori, e per esigenze televisive, si introdussero altri orari di inizio, tra cui il big match serale delle 20.30.

Ma era un altro mondo e anche un altro calcio, fatto di sogni, poesia e ideali; i giocatori avevano altre facce, giocavano anche senza parastinchi; i portieri avevano tutti la maglia nera, e si accomodavano in porta senza guanti e altre protezioni; arrivavano dei siluri calciati con palloni pesantissimi e dal rimbalzo irregolare, ma i portieri ugualmente si buttavano e paravano senza fare storie; ogni squadra aveva un pallone diverso (non come oggi dove si usa in ogni campo lo stesso pallone), ed era sempre quello, per cui se finiva in tribuna, bisognava aspettare che venisse riconsegnato dai tifosi.

La seconda divisa da gioco era bianca per tutte le squadre, senza distinzioni, i numeri andavano dal 1 al 11 e in panchina c’erano solo il 12, il 13 e il 14.

Già, era un altro calcio.

Poi pian piano, sono arrivate le modifiche ai regolamenti, agli stadi; la panchina lunga, i numeri personalizzati sulle maglie con nomi e loghi; nell’altro calcio, solo al poeta Cruyjff era consentito l’utilizzo di un numero diverso, non compreso tra 1 e 11, il 14…; le squadre hanno tre o quattro diverse divise, i calciatori si vestono con colori sgargianti che sembrano dei surfisti in vacanza alle maldive; la Uefa e la Fifa hanno introdotto la Champions League, in nome di una asserita uguaglianza, vale a dire più partite per tutti per poterle vendere, a prezzi esorbitanti, alle televisioni di tutto il mondo; con tutto quello che ne è conseguito; una competizione dove la quarta classificata nel proprio campionato, magari con molti punti di distacco dalla prima, può vincere il torneo.

Il calcio si è aperto a nuovi mercati, in nome del dio denaro e, perchè no, anche di voti e, conseguentemente, di potere; il potente Sepp Blatter, entrato nella Fifa nel 1977, come funzionario, ne è stato il presidente, nonché l’indiscusso padre-padrone, dal 1998 al 2015, per poi essere squalificato per sei anni, assieme a Michel Platini, all’epoca presidente Uefa, per una brutta storia di denaro, mazzette e corruzione.

E’ la globalizzazione, si diceva. O anche il potere, o il denaro, o tutte le cose messe assieme; calcio in televisione a tutte le ore, tutte le sere, a ogni latitudine, al posto di telefilm e sceneggiati; calciatori che sono prima di tutto brand di sè stessì e che creano PIL maggiori di Andorra o Gibilterra, per dirne due a caso.

E così, di riforma in riforma, si è arrivati ai giorni nostri, a ieri, a oggi, con l’annuncio della creazione di codesta Superlega, un torneo pensato, ideato, gestito, organizzato, da ricche società, non necessariamente vincenti (tra gli aderenti fondatori ad esempio l’Arsenal che non ha mai vinto la Coppa dei Campioni/Champions league), a numero chiuso, che si sono arrogate il potere e il diritto di fare e disfare a proprio piacimento, di invitare al tavolo gli amici degli amici, senza alcun criterio meritocratico e sportivo, al di fuori (al di sopra? al di sotto?) delle federazioni nazionali e internazionali, in barba e in spregio a leggi e regolamenti.

Senza dire ne ai ne bai, presentano un progetto arrogante, basato su finanziamenti di banche d’affari, JP Morgan, nel quale l’unico criterio guida è il denaro; nessuno ha parlato di calcio, di aspetti tecnici, di regolamenti, ma solo degli introiti che una manifestazione del genere potrà portare.

Un rimedio pensato da club in difficoltà economica (le squadre spagnole sono fortemente indebitate per miliardi di euro verso i sistemi bancari internazionali) per sanare le proprie pendenze; la superlega non sarà una guerra tra ricchi e poveri, semmai una guerra tra ricchi, che inevitabilmente spazzerà via i poveri.

Difficile prevedere adesso cosa succederà; difficile valutarne i pro e i contro, dare delle colpe (l’immobilismo di Uefa e Fifa? L’Assenza degli spettatori negli stadi causa covid?); occorrerà del temo per valutare, e soprattutto per digerire una innovazione, che nel bene o nel male, sarà epocale.

Certo che la Superlega adesso non è calcio, ma un mero businnes plan di investimento su scala mondialepredisposto da un gruppo di imprenditori che ha dimostrato passione per il denaro, camuffandola come passione per il calcio.

Il calcio, quello romantico, di Ciotti, Ameri, dell’odore di olio canforato negli spogliatoi, del profumo dell’erba appena tagliata, delle scarpe tutte uguali e tutte di colore nero, è finito ormai da tempo; la Superlega sarà qualcosa di altro, sarà spettacolo, businnes, industria, voti, potere, brand, omologazione; certamente non sarà SPORT nel senso puro della parola, quello dove anche Davide ha le stesse opportunità e qualche volta sconfigge Golia, creando quell’imprevisto che genera bellezza, desiderio e passione.

Corrado Roscelli

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