Doveva essere il decreto estremo, quello dell'impatto deciso all'epidemia, dell'attacco virulento al virus, quello che doveva arrivare dove l'irresponsabilità o la mancata consapevolezza dei rischi di contagio per la collettività dimostrata da molti cittadini negli ultimi giorni, non era arrivata. Quello fatto per arginare l'escalation del contagio, per evitare a tutti i costi l'emergenza ed il collasso delle strutture sanitarie già sotto stress. Ed in effetti, subito, sembrava così. Al punto da porsi, ieri sera, come un provvedimento shock, capace davvero di bloccare tutto. Da oggi e per almeno tre settimane. Trasformando anche metà dell'Emilia-Romagna, provincia di Modena compresa, in una grande 'zona rossa' (quale è ancora quella del lodigiano, anche se la dicitura 'zona rossa' è stata cancellata dal vocabolario del decreto'). Un decreto che doveva limitare fortemente spostamenti, trasporti, vita di comunità. Chiudendoci in una sorta di grande quarantena. Dura ma accettabile, se nell'interesse collettivo messo sotto attacco dal nemico invisibile.
Una sensazione, quella di un decreto duro ma efficace, che però è andata via via sfumando con il trascorrere della mattinata. Nell'immagine dei supermercati aperti ed affollati, nelle cerimonie religiose ortodosse con grandi assembramenti, dentro e fuori la chiesa, nei treni regolari in entrata ed in uscita da Modena, dalla provincia, e dalla stessa regione.
Mentre a livello istituzionale, Comune, Provincia e Regione provavano a chiarire, interrogando e proponengo al governo, i tanti dubbi di un decreto poco chiaro a tutti, per certi tratti difficile, se non impossibile, da comprendere. Nella sua traduzione pratica. Centinaia i quesiti giunti alle redazioni: 'Trasporto merci, posso spostarmi fuori provincia? Ho una pizzeria da asporto, devo chiudere?' Domande, chiare, alle quali il decreto non dava risposte altrettanto chiare. Da qui un pomeriggio di contatti tra le forze istituzionali, unite in video-conferenza con Roma, col governo. Dal quale a suon di concessioni, deroghe, interpretazioni che diventavano sempre più blande con il passare delle ore e delle discussioni, è scaturito un decreto nella sua applicazione, snaturato, ridotto, praticamente demolito nella forma, ma soprattutto nella sostanza. Quella sostanza che doveva porre le condizioni per limitare i contagi, per non mandare in tilt ciò che di più prezioso abbiamo oggi, la sanità pubblica, per imporre alle persone comportamenti che le stesse persone, da sole, nonostante gli indirizzi e le raccomandazioni dei precedenti decreti, non erano state in grado o non avevano voluto rispettare.
Un decreto che doveva essere duro ma tale perché necessario, ma che in poche ore si è trasformato nella sua caricatura peggiore. La mancata chiarezza del decreto ha offerto agli enti locali lo strumento per demolirlo, facendo breccia nelle sue crepe già evidenti. Rendendolo probabilmente, e vorremmo tanto sbagliarci, non adeguato a garantire quella terapia d'urto ad una epidemia che anche oggi ha seminato altri morti, portando anche in Emilia-Romagna verso la saturazione dei posti in terapia intensiva. Mettendo nuovamente alla prova il lavoro dei sanitari e della sanità.
Perché domani la vita per molti, anche di coloro che fino ad ora se ne sono fregati, continuerà uguale a ieri. Perché anche le limitazioni agli spostamenti da e verso la provincia, sarà blanda, se non nulla. Con uffici pubblici e fabbriche e perfino mercati aperti, con spostamenti per lavoro garantiti prima con la giustificazione del datore di lavoro e poi nemmeno con quella.
Speriamo, perché a questo punto non rimane che la speranza, che i dati di domani non confermino quei drammatici aumenti nei contagi e nei morti registrati oggi. Perché a quel punto non sarebbero solo i cittadini che non rispettano le regole (comprese quelle non scritte del buon senso), a doversi fare un esame di coscienza, ma lo sarebbero anche e soprattutto i decisori politici, che per non chiudere tutto rischiano davvero di fare chiudere, tante realtà, per sempre.
Gianni Galeotti

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