Eppure, osservando da vicino il mercato del lavoro locale, emerge una sperequazione sempre più evidente: mentre curricula di connazionali disponibili alla mobilità vengono spesso ignorati, le stesse aziende mostrano una maggiore apertura verso lavoratori stranieri arrivati nel nostro Paese da molto meno tempo. In tutto il tourbillon di retorica sui “flussi migratori” e sul “mondo che cambia”, raramente si va a monte del problema: il ruolo della classe imprenditoriale italiana e delle sue scelte.Liquidare il fenomeno sostenendo che “gli stranieri si accontentano di salari più bassi” è una semplificazione che non regge alla prova dei fatti. In molteplici casi, la preferenza nasce da considerazioni pratiche: evitare l’incombenza di cercare un alloggio per un lavoratore italiano fuori regione, o affidarsi a circuiti già strutturati di manodopera. Basta fermarsi in una mensa aziendale, osservare chi indossa le tute da lavoro e scambiare qualche parola con loro per rendersene conto.
Alla luce della mia esperienza, ritengo che un passo indispensabile da parte dell’esecutivo nazionale sia l’apertura di un dialogo serio con l’imprenditoria, volto a individuare percorsi che privilegino, in prima istanza, i lavoratori italiani. Solo laddove il mercato dimostri un’effettiva carenza, si dovrebbe ricorrere a manodopera straniera. L’attuale assetto sta invece producendo una “sperequazione al contrario”, in cui il penalizzato è l’italiano e il favorito è il forestiero.Un tale approccio appare poco lungimirante anche sul piano economico. Se dalle fabbriche si passa al commercio, non si può ignorare che una parte delle attività etniche opera ai margini della fiscalità e trasferisce una quota rilevante degli introiti all’estero. È legittimo chiedersi, allora, quale sia il reale contributo al PIL nazionale e alla tenuta del sistema.
Fare riflessioni astratte, scollegate dalla realtà quotidiana di chi lavora e si sposta dentro i confini del proprio Paese, è spesso il preludio all’implosione di un modello nato su presupposti sbagliati. Portare queste contraddizioni alla luce non è un atto di chiusura, ma un esercizio di responsabilità civile.
Gemma Angelozzi



