desidero, con questa lettera, condividere una riflessione e porre alcune domande che mi accompagnano da tempo, nella speranza che possano trovare spazio e ascolto attraverso le vostre pagine.
Sono un uomo anziano, in buona salute e ancora attivo. Sono in pensione da diversi anni e, nel corso della mia vita, ho svolto un lavoro di responsabilità che mi ha messo in contatto con molte persone e con realtà diverse. Oggi definirei la mia vita da pensionato 'abbastanza piena': ho interessi, amo leggere, continuo a tenermi aggiornato su temi che hanno segnato il mio percorso professionale; quando il tempo lo consente faccio qualche giro in bicicletta o una passeggiata a piedi. Ho una famiglia, un figlio e una nipote che mi sono vicini. Posso dire, senza falsa modestia, di sentirmi una persona fortunata.
Proprio per questo mi ha colpito – e in parte sorpreso – ciò che sto per raccontare.
Ho l’abitudine quasi quotidiana di recarmi in un centro commerciale dove è presente un ipermercato, per acquistare pane, latte e altri prodotti freschi. Mi fermo volentieri a prendere un caffè, a scambiare due parole, a osservare le persone. Ed è così che ho iniziato a notare una realtà che prima mi era sfuggita.
Ogni mattina, presto, alcuni anziani vengono accompagnati dai figli presso questo centro commerciale e lasciati lì fino all’ora di pranzo, quando vengono poi ripresi. Per qualcuno, la stessa scena si ripete anche nel pomeriggio, in un altro supermercato. Una volta arrivati, questi anziani si siedono sui divanetti del centro commerciale e restano lì per ore, spesso per tutta la mattina. Osservano il via vai delle persone, aspettano che il tempo passi, aspettano che qualcuno torni a prenderli. Non disturbano, non chiedono nulla: semplicemente occupano uno spazio che, pur non essendo pensato per loro, diventa l’unico luogo dove possono stare.
Ho riflettuto a lungo su questa situazione e non posso nascondere un senso di tristezza. Trovo doloroso pensare che l’unica soluzione per molti figli sia accompagnare i propri genitori in un centro commerciale per farli stare al caldo, tenerli 'al sicuro', farli uscire di casa e non lasciarli soli tra quattro mura. È una soluzione comprensibile, forse necessaria, ma che racconta una solitudine profonda e silenziosa.
Mi sono reso conto che, non avendo mai dovuto affrontare personalmente questo problema, non avevo colto quanto sia difficile, per molte persone della mia età che non hanno una rete familiare o amicizie, individuare un luogo dove trascorrere dignitosamente una mattinata o un pomeriggio.
Forse i centri anziani e le polisportive erano nati anche con questo scopo.
Molti pensionati come me sono persone che hanno studiato, lavorato a lungo, viaggiato, incontrato tante realtà diverse. Non tutti si riconoscono nel gioco delle carte, nel biliardo o nel ballo liscio come unica proposta di socialità. Esiste una fascia di anziani che ha ancora voglia di confrontarsi, di imparare, di partecipare, di sentirsi parte attiva della comunità.
Mi sono quindi soffermato a riflettere sulla mancanza di veri punti aggregativi, vivi e stimolanti, pensati per le persone della mia età. Forse anche le amministrazioni comunali non si sono ancora adeguate ai cambiamenti: gli anziani di oggi non sono quelli di ieri. Eppure molti vivono soli, molti hanno pensioni modeste che non permettono di accedere a strutture private o ad attività costose.
Credo che tutto questo dovrebbe farci riflettere, come comunità, e spingerci a ripensare – o magari a progettare per la prima volta in modo serio – spazi, attività e opportunità che rispondano davvero alle esigenze dei 'nuovi anziani'.
Vi ringrazio per l’attenzione e per il lavoro che svolgete ogni giorno nel dare voce a riflessioni e realtà che spesso restano ai margini.
Con stima
Lettera firmata



