Opinioni Lettere al Direttore

Manifestazione in piazza Grande, ma di quale unità stiamo parlando?

Manifestazione in piazza Grande, ma di quale unità stiamo parlando?

I paroloni quali 'politica dell'odio', 'unità' e 'inclusione' sono per chi sa che è molto più facile ammantarsi di perbenismo che rimboccarsi le maniche


3 minuti di lettura

Egregio direttore,

Glielo confesso con schiettezza: non ho capito dove vuole andare a parare. Ho letto più volte i vari editoriali della sua testata in merito alla folla che ha risposto all'appello del primo cittadino e, con tutto lo sforzo che profondo quando si tratta di costruire il quadro di una situazione complessa, sono giunta a un'unica conclusione: anche Modena è gattopardesca. 'Se vogliamo che tutto cambi, tutto deve rimanere com'è'.

Alle lezioni di 'problem solving' dell'università mi hanno insegnato che un problema complesso va sempre scomposto in problemi più semplici. O, se vuole, ci sono sempre un primo e un secondo livello di lettura delle questioni: il secondo presuppone capacità di analisi. Così non è stato fatto: si è semplicemente guardato alla superficie, ovvero al fatto che una parte della cittadinanza, scossa dall'accaduto, ha ritenuto di trovarsi insieme per 'fare comunità' in una situazione tragica. Sì, ma di quale comunità stiamo parlando? Di quella che guarda alle cause dell'evento per quello che sono, ovvero dell'ennesimo islamico che non si è integrato, o di chi, come Don Abbondio, continua a scansare i problemi, sperando che non tocchi mai a lui risolverli?

Siccome ho citato un universo culturale che sembra essere diventato intoccabile dalla

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narrazione del mainstream, le vorrei fare una domanda, in tutta onestà: i tanti filippini che vivono tra noi, ad esempio, sono stati mai protagonisti di atti criminosi? 

I paroloni quali 'politica dell'odio', 'unità' e 'inclusione' sono per chi sa che è molto più facile ammantarsi di perbenismo che rimboccarsi le maniche e rischiare impopolarità ed emarginazione per fare trionfare la verità.

Sindaco e giunta, che stanno sistematicamente ignorando gli appelli dei comitati spontanei a restituire sicurezza, prevenzione e presenza sul territorio, hanno solo una cosa da fare: dimettersi. È un dovere a seguito dell'orrore consumatosi sabato scorso e un diritto: quello dell'uomo libero che, in quanto tale, conserva e preserva la sua dignità.

C'è una misura nelle cose, avrebbe detto il poeta: al di qua e al di là di essa non si può più parlare di ragione.

Cordialmente 

Gemma Angelozzi 


Gentile lettrice,

pubblichiamo la sua lettera a nome delle tante giunte in redazione che hanno criticato la lettura che La Pressa ha fatto della manifestazione di piazza Grande all'indomani della strage di via Emilia. Siamo un giornale plurale, ma allo stesso tempo non ci sottraiamo dall'offrire una nostra lettura dei fatti. Non lo abbiamo mai fatto e continueremo a farlo, al di là della popolarità o impopolarità delle opinioni sostenute.

Nel caso specifico, ribadisco, quella manifestazione, certamente non perfetta e con diverse sbavature, ha rappresentato un modo per sentirsi comunità, in un momento di sbandamento e angoscia. Etichettarla come un 'comizio' o sottolinearne gli aspetti 'divisivi' appare strumentale rispetto alla drammaticità del momento. Lo ribadiamo, dal giorno seguente, da oggi è giusto si apra un dibattito onesto, ma a caldo quell'incontro era necessario e credo sia stato convocato in buona fede da chi - a partire dal sindaco - aveva e ha l'onere di guidare la città. Sulla richiesta di dimissioni dell'intera giunta, credo che in nessun contesto democratico si potrebbe immaginare uno scenario simile. Sarebbe un fallimento non della giunta, ma di un'intera città che si arrenderebbe così alla paura. Non sta davvero nelle cose.

Giuseppe Leonelli

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