E questo accade perché per milioni di anni il femminile ha permeato di sé magicamente ogni percezione della realtà e del sogno, ogni qui e ogni altrove, ogni anelito e ogni forma di vita. Tutto era femminile: le piante, gli alberi, il mare, il sole, le montagne, gli animali. Solo 10.000 anni fa l’uomo, scoprendo il proprio ruolo nella procreazione, ha assunto un potere che non gli spetta e che lo rende goffo. E lo ha assunto proprio tramite la violenza.
E ogni volta che adesso un uomo si avvicina a una donna o pensa a lei, è come se questo sopruso originario continuasse suo malgrado in qualche modo a manifestarsi. Anche nel canto d’amore del più sensibile dei poeti riecheggia sempre una violenza ancestrale contro la donna, una memoria silenziosa e rancorosa di questa indebita appropriazione del maschile sul femminile, che è una peculiarità dell’evoluzione di Homo Sapiens. In nessun’altra specie animale si riscontra questo sfacelo. L’uomo non riesce più a concepire, riconoscere o contemplare la vastità lunare del femminile, perché gli ricorda i milioni di anni in cui egli non era che una piccola foglia della grande donna-albero che creava i mondi danzando.
Francesco Benozzo
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