Chi esiste per accertare la verità nel processo, vale a dire la magistratura, non può mentire. Perché a pagare il conto, in questi casi, è la democrazia.
Premesso che non c’è nessuna ragione di carattere tecnico per essere contrari alla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, dal punto di vista politico, si può certamente essere contrari anche all’anzidetta riforma.
Ma ciò che non si può fare è mentire.
Perchè mentire, nell’ambito d’un dibattito pubblico che, comunque la si pensi, ha ad oggetto un’importante riforma di sistema inerente alla giustizia penale, è cosa grave, che non fa onore a chi giudica corretto consimile comportamento.
Ora: se è menzogna scrivere, come reiteratamente hanno fatto i sostenitori del no, che la riforma punta a soggiogare il pubblico ministero dal punto di vista politico - la stessa, infatti, non modifica in nessun modo il cuore dell’articolo 104 della Costituzione -, (più) menzogna (ancora) è scrivere che, ove vincesse il sì in sede referendaria, si avrebbero giudici che dipenderebbero dalla politica.
È quanto è stato scritto dal comitato Giusto dire no sul manifesto proiettato in pompa magna presso la stazione centrale di Milano e, francamente, è vergognoso.
Non è, questo, un comportamento etico.
E, soprattutto, nell’ambito d’un paese democratico, non è questo un comportamento accettabile.
Chi esiste per accertare la verità nel processo - la magistratura - deve essere onesto per definizione.
In caso contrario, a perdere non saranno né il sì nè il no, ma quella democrazia che, così impostando il dibattito pre-referendario, può solo uscirne calpestata.
Guido Sola
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